SERENA WILLIAMS, VINCERE E’ L’UNICA COSA CHE CONTA?

La vittoria di Roberta Vinci ai danni di Serena Williams ha messo in evidenza, per l'ennesima volta, il comportamento poco sportivo della statunitense in campo. La numero un del mondo, che si è fatta beffare a due partite dal Grande Slam, da qualche tempo sta ricorrendo a tutto per vincere. Ma a quale prezzo?

Tennis – “Non voglio parlare della sconfitta” – sono state le prime parole di Serena Williams al termine del match contro Roberta Vinci – “Se avete altre domande, fatele. Sono a vostra disposizione”.

La conferenze stampa della statunitense, nel bene e nel male, hanno sempre fatto discutere. Così come gli atteggiamenti dentro e fuori dal campo. Dietro le vittorie, i rercord e ogni sfaccettatura di una delle giocatrici più forti di sempre, c’è tanta fragilità. Fragilità che, però, in troppe occasioni ha finito per diventare una scusante. Perchè? Serena, che vanta la prima posizione mondiale e 21 Slam conquistati a cavallo tra il Us Open 1999 e Wimbledon 2015, ha vissuto una carriera piuttosto tribolata: basti pensare alla drammatica morte della sorella Yetunde nel 2003, al periodo poco felice vissuto fino al 2006, ma anche ai vari infortuni capitati da gennaio 2010 in poi. Insomma, una campionessa di spessore, cresciuta nell’umiltà e capace di arrivare al vertice con talento e sacrificio.

Bene, ma allora di cosa parliamo? Parliamo di una giocatrice che, da qualche tempo a questa parte, ha disimparato a vincere con stile. La sconfitta, scioccante, contro Roberta Vinci ha messo ancor di più in mostra l’atteggiamento poco piacevole della numero uno del mondo, forse un po’ troppo ancorata a dei principi che nello sport, soprattutto a questi livelli, non dovrebbero esistere. Non dovrebbe esistere, nello specifico, una numero uno del mondo che prova a mettere pressione all’avversaria urlandole in faccia, non dovrebbe esistere una numero uno del mondo che esulta su un errore altrui, non dovrebbe esistere una numero uno del mondo che, al termine di ogni scambio, mette in scena una tragedia greca.

L’episodio simbolo della rabbia di Serena, naturalmente, non può che risalire alla squalifica del 2009 contro Kim Clijsters in semifinale a Flushing Meadows. In quel caso fu squalificata a causa della pesante minaccia ai danni della giudice di linea, che con tanto coraggio aveva trovato la forza di riferire tutto all’arbitro. E’ chiaro che c’è qualche che non va nell’atteggiamento della campionessa statunitense.

Non vuole essere una critica, né tanto meno un attacco. Quanto una riflessione sulla condizione emotiva di una campionessa incredibile, che sta ricorrendo a tutto per entrare ancor di più nella storia di questo sport. Ci si aspettava qualcosa di meglio da una come Serena, soprattutto il relazione alla straordinarietà delle sue vittorie, che in un modo nell’altro hanno segnato in maniera indelebile il tennis. Rimane da capire se quest’atteggiamento avrà un seguito oppure no, perché volte si tende a giustificare un comportamento scorretto di un Big e non quello di un giocatore di seconda fascia, si preferisce passare sopra alla condotta, spesso, antisportiva della Williams e non ad una racchetta per terra o ad una parolaccia di chiunque altro. Allora qualcosa deve cambiare, ma a dare l’input deve essere proprio Serena.


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