ALLA SCOPERTA DI LUTHI, CAPITANO OLTRE GLI STEREOTIPI

L'uomo meno in vista della Svizzera di Davis è senz'altro lui. Eppure, malgrado le apparenze, è la pedina decisiva nella scacchiera rossocrociata
sabato, 6 Dicembre 2014

Tennis – Coppa Davis. Sebbene la maggioranza di coloro che siedono a bordo campo nelle vesti di capitano delle squadre nazionali siano ex-giocatori o comunque figure di peso, questa non è una condizione necessaria né tanto meno obbligatoria per capitanare – e magari condurre alla vittoria finale – un gruppo di giocatori accomunati dall’appartenenza allo stesso Paese. Il capitano della Svizzera, che soltanto due settimane fa ha sollevato per la prima volta nella sua storia la famosa “insalatiera”, ne è il perfetto esempio.

Oggi trentottenne, Severin Lüthi sembrava poter gioire di un futuro tennistico prospero sin da bambino. La strada verso il professionismo della Racchetta, però, fu più ostica del previsto. Trovatosi oramai ventenne, nel 1995, al numero 622 del ranking, e senza particolari prospettive per il futuro, preferì lasciar perdere l’avventura nel circuito ATP andando a lavorare da un amico di famiglia, studiando all’Università di Berna e continuando a praticare l’altro sport che lo accompagnava: il calcio, nelle fila del Grasshopper di Zurigo.

“Quando uno ha quindici o sedici anni, non ha idee chiare in testa, ha soltanto dei pensieri un po’ strani. Mi ricordo che volevo arrivare in cima, diventare numero uno. Se fossi arrivato ad essere il cinquantesimo o sessantesimo giocatore mondiale, penso che non mi sarei reputato soddisfatto”.

Nel mondo junior, Severin Lüthi veniva sovente descritto come un giocatore pieno di talento; peccava, tuttavia, in cervello. Non perché di cervello non ne avesse. Anzi, il problema era l’opposto: per quanto strano possa sembrare, Lüthi era – o così si vociferava – un giocatore “sovrapensante”, cioè che pensava troppo, magari a scapito di una certa dose d’impulsività. Tuttavia, secondo il diretto interessato, questo presunto “difetto” era proprio una virtù, che forse non gli servì in quanto tennista, ma fu preziosa per continuare a costruire un forte legame col tennis anche quando capì che neanche i libri sarebbero stati il suo mestiere. Allora diventò proprio uno studioso del gioco.

È sufficiente dare un’occhiata al curriculum di Lüthi per rendersi conto del suo grande successo sulle “panchine” del tennis; successo ottenuto non tramite una longeva o brillante carriera tennistica che gli abbia poi permesso in qualche modo di vivere “di rendita”, ma unicamente utilizzando le sue conoscenze tecniche, il suo lavoro di studioso e le sue capacità comunicative. Cominciò come allenatore della federazione svizzera, poi passò all’incarico di sparring partner della squadra femminile di Fed Cup e di Martina Hingis. Nel 2002 venne integrato, in qualità di aiutante, nella squadra maschile di Coppa Davis, e dopo appena tre anni fu nominato capitano. Dal 2007, inoltre, accompagna Federer e Wawrinka nel circuito ATP.

“Penso che ogni allenatore debba adattarsi a ogni giocatore. A me non piace imporre qualcosa a qualcuno. L’allenatore deve servire come guida. Uno può essere il miglior allenatore al mondo, però se i giocatori con cui ha a che fare non sono sufficientemente bravi, non si arriva da nessuna parte. Di Federer posso dire che ho sempre pensato che fosse un giocatore molto bravo, con grande talento; ma ciò che più mi ha sorpreso, a dire il vero, è che ha sempre fatto significativi miglioramenti allenamento dopo allenamento”.

Lüthi conobbe Federer quando Roger aveva tredici anni. I due non avevano chissà quale rapporto di amicizia all’epoca; però, nel 2002, in modo tanto casuale quanto improvviso, s’incontrarono a seguito della tragedia che vide morire Peter Carter (formatore di Federer e, all’epoca, capitano della squadra svizzera di Davis). Carter perse la vita in un incidente automobilistico in Sudafrica e fu in quel momento che Peter Lundgren, allora allenatore di Federer, diventò capitano e propose subito a Lüthi di diventare suo aiutante. Severin accettò l’incarico con entusiasmo, ma senza sapere che soltanto tre anni più tardi sarebbe diventato lui il capitano della squadra rossocrociata. Occupando la sedia più desiderata, ma anche la più calda. Ruolo che, a conti fatti, ha gestito e svolto con una sua propria e coerente personalità, perfetto riflesso dei suoi tratti caratteriali e del suo percorso personale.

“A volte mi piacerebbe essere più estroverso, più euforico e avere meno controllo sulle mie emozioni. Però in campo il mio dovere e quello di mantenere la calma e la tranquillità. Sono lì seduto per rappresentare una squadra, un gruppo di esseri umani civilizzati, un paese che si fida di noi e del nostro lavoro. Penso anche che ci sia abbastanza entusiasmo intorno ai giocatori. Io non posso permettermi di fare show”.

Articolo di Marco Codino


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