SHARAPOVA, OLTRE AL MELDONIUM C’E’ DI PIU’

Secondo uno studio del 2015, oltre 700 atleti russi hanno usato il Meldonium. Sharapova ha spiegato di averlo assunto per una storia familiare di diabete. Ma il Meldonium non cura il diabete. E non è il solo punto ancora da chiarire.
martedì, 8 Marzo 2016

TENNIS – La conferenza stampa di Maria Sharapova lascia più domande che risposte. L’ITF ha confermato che la positività risale al 26 gennaio, durante l’Australian Open e che, a seguito dei risultati, il 2 marzo è stata notificata alla russa una vuolazione dell’articolo 8.1.1 del programma antidoping. Sharapova, perciò, sarà squalificata dal 12 marzo per un periodo ancora da valutare.

Di sicuro, è da apprezzare che la tennista più pagata al mondo abbia deciso di dare personalmente un annuncio destinato, come si è visto nelle ore immediatamente successive, a far crollare forse in maniera irrecuperabile la reputazione del “brand Sharapova”. Nike e Tag Heuer hanno infatti già annunciato che interromperanno ogni rapporto commerciale con la russa. “Siamo sorpresi e rattristati dalla notizia” si legge in un comunicato della Nike, che ha interrotto la partnership in attesa della conclusione dell’indagine. Il marchio di orologi, invece, sponsor della russa dal 2004, ha invece spiegato che non rinnoverà l’accordo scaduto lo scorso 31 dicembre. All’elenco si è aggiunta anche Porsche, che nel 2013 aveva firmato un accordo triennale per fare di Sharapova il suo primo testimonial femminile.

Ma rimane una questione di di forma. Sharapova ha spiegato di aver assunto la sostanza perché la famiglia ha una storia di diabete e per curare una carenza di magnesio, oltre ad altre patologie. Nessuna di queste, però, si cura col Meldonium, un anti-ischemico che serve per i problemi cardiaci ma, come rivela Hajo Seppelt nel suo ultimo documentario per ARD andato in onda domenica, secondo uno studio del 2015 sarebbe stato assunto da 724 atleti russi su un campione di 4316. “Nelle indicazioni del farmaco non c’è il diabete”, ha spiegato al Corriere della Sera Il professor Gianfranco Beltrami, specialista in medicina dello sport e presidente della Commissione Antidoping medica Mondiale della Federazione Baseball e Softball. “La cosa è un po’ tirata, tanto è vero che nelle indicazioni del farmaco non c’è il diabete. Poi è vero che magari in una fase avanzata della malattia (e non mi sembra questo il caso) ci può stare un deficit circolatorio che può essere curato con il Meldonium ha dichiarato. Si tratta, aggiunge, di “un modulatore metabolico che agisce migliorando la contrattività del cuore, aumentando la tolleranza allo sforzo, riducendo gli episodi di angina e migliorando la circolazione del sangue nelle zone di ischemia” con vari benefici: “migliora le prestazioni di endurance (resistenza), il recupero dopo lo sforzo, ha anche un effetto stimolante sul sistema nervoso ed elimina prima tutti i “tossici” del metabolismo cellulare. Infine ha un effetto tonico, ripristina le riserve energetiche e migliora la resistenza allo stress”.

Se Masha avesse sofferto di una delle gravi malattie che richiedono l’uso del Meldonium, perché non dirlo? Perché non spiegare l’esistenza di una condizione che avrebbe giustificato l’utilizzo del medicinale e avrebbe salvato il brand Sharapova? Per nessuna ragione. Dunque, l’unica ragionevole conclusione è che Masha ha assunto il Meldonium non per gli scopi che quel medicinale ha. Come scrive Federico Ferrero sulla sua pagina Facebook, “perché un’atleta professionista in piena forma deve assumere una medicina, ancorché lecita, pensata per le disfunzioni coronariche da Pio Albergo Trivulzio? che il mildronato copra l’Epo, peraltro, mi pare non provato; nel caso, sarebbe tutto un altro discorso. Ma anche se non è (ancora) una pratica punita, è corretto servirsi della scienza per migliorare, in maniera diretta o indiretta (anche solo per recuperare più in fretta di un altro le fatiche di un match) la propria prestazione?”.

“Sono estremamente arrabbiata e delusa” ha commentato Jennifer Capriati. Ho perso la mia carriera e non ho mai voluto barare. Ho dovuto gettare la spugna e soffrire. Non ho avuto medici che potessero trovare un modo per barare e corrompere il sistema fintanto che la scienza non si fosse messa al passo. Se questo farmaco potesse aiutarmi a tornare di nuovo, sareste d’accordo con me nel prenderlo? Che senso ha prendere un farmaco che aiuta il tuo cuore a recuperare più velocemente se non si hanno problemi di cuore? I vantaggi sono sottili. A volte basta poco per raggiungere un livello più alto, a volte è esattamente ciò che ti serve per avere maggiore fiducia nei tuoi mezzi. Tutto questo è lontano dal vero, duro lavoro di uno sportivo. C’è qualcosa di sbagliato nel sistema, così tutto si basa sull’illusione e sulla menzogna”.

Le parole dell’americana aprono le porte al secondo aspetto della questione, che mette in discussione i principi della lotta al doping e il ruolo della WADA, che fino all’anno scorso ha consentito l’utilizzo di una sostanza da molti utilizzata per migliorare le prestazioni sportive. È il segno di una sostanziale assenza di una certezza della pena, perché certi comportamenti passano da leciti a illeciti a seconda dei contesti e dei momenti, perché manca il controllo sugli organismi nazionali e una uniforme definizione del concetto di “performance-enhancing drug”, di sostanza finalizzata al miglioramento delle prestazioni atletiche.

Tutto il caso Sharapova, poi, si inserisce nel contesto più ampio dello scandalo Meldonium che ha scosso la Russia e ha portato il CIO a ipotizzare una sempre più probabile squalifica della nazione dai Giochi di Rio. Da gennaio, sono stati trovati positivi al Meldonium la campionessa olimpica di pattinaggio artistico, Ekaterina Bobrova, agl Europei di gennaio, il ciclista Eduard Vorganov e Pavel Kulizhnikov, 5 titoli mondiali nel pattinaggio di velocità. Nei giorni scorsi, poi, si era parlato con certa insistenza del Meldonium come del farmaco assunto dallo schiacciatore della nazionale russa di pallavolo, Markin, grande protagonista della finale contro la Francia nel torneo di qualificazione olimpica di Berlino e poi sparito senza alcun motivo apparente.

La coincidenza fra la terza puntata dell’inchiesta della tv tedesca ARD sul “doping di Stato” in Russia, centrata proprio sugli ultimi casi di positività al Meldonium, e la decisione di Sharapova di convocare in tempi brevissimi la conferenza stampa per confessare la sua positività appare tutto fuorché casuale. D’altra parte, è anche difficile ipotizzare che Masha faccia parte di un programma di doping di Stato russo, per almeno due ordini di ragioni: perché è ormai percepita, anche in patria, più come americana, e perché, come avveniva negli anni Settanta, le pratiche più diffuse riguardano quelle discipline in grado di portare alla Russia il maggior numero di medaglie alle Olimpiadi, estive o invernali che siano, e il tennis è abbastanza in basso in questa scala di priorità.

Resta però, da chiedersi come mai Sharapova abbia continuato ad assumere un medicinale venduto solo in Russia e in Lituania, e non negli Stati Uniti dove vive, per anni e per curare, stando alle sue parole, malattie che quel medicinale non cura. È evidente, comunque, che in questa congiuntura, in questo momento storico, il mondo del tennis avesse bisogno di un “mostro” da sbattere in prima pagina, di un nome importante da esporre per ricostruire la sua credibilità nella lotta al doping. E Sharapova, che l’errore di assumere il Meldonium l’ha commesso, è il nome giusto nel momento giusto, per il tennis, per la WADA, per salvare il nome dello sport e della Russia.

Nulla, però, autorizza a sperare che possa essere la prima crepa che faccia crollare il muro. Perché in uno sport che vuole anche essere, oltre che apparire, inflessibile, dovrebbe essere l’organizzazione che lo governa o la WADA a dare l’annuncio di una positività al doping e scatenare, per reazione, la conferenza stampa del giocatore o della giocatrice scoperto ad assumere sostanze proibite. Non il contrario, come invece è avvenuto con Sharapova. E la forma diventa messaggio.


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