SI SALVI CHI PUÒ

Il fatidico 21-12-2012 si avvicina inesorabile. Nel frattempo, noi proseguiamo nel nostro arduo tentativo di salvare il salvabile. Dopo ‘I Quattro Moschettieri di Francia’, Don Budge, ‘Miss Faccia da Poker’, Maureen Connoly, La Regina Margareth, Pancho Gonzales e Rod Mr Slam, a chi altri consentiamo l’ingresso sull’Arca?
mercoledì, 19 Dicembre 2012

Ci siamo quasi. Fra due giorni arriverà la fatidica data, quella che secondo la Profezia Maya, figlia di meticolose osservazioni astronomiche, ha fissato la fine del mondo al 21-12-2012. In questo funesto giorno dovrebbe avvenire un evento di natura imprecisata, ma di proporzioni apocalittiche. Fortuna che abbiamo costruito una sorta di Arca di Noècapace di conservare intatti ricordi, di ospitare campioni del nostro amato sport: il tennis. Nella scorsa puntata abbiamo salvato momenti ed esponenti che hanno allietato il nostro ‘nobil gioco’ dai suoi albori fino agli anni 70’. E’ da periodo che riprendiamo la nostra missione di salvataggio.

Biglietto di prima classe per Bjorn Borg, l’uomo che ha cambiato il tennis ma che, per poterlo fare, il primo a cambiare è stato lui. Se da ragazzino Bjorn era indisciplinato e spaccava le racchette; lo sciamanico diciottenne dai capelli lunghi, lisci e apparentemente incolti, che nel 1974 vinceva il Roland Garros contro Manuel Orantes, sembrava già un uomo di poche parole e dal temperamento glaciale. Bjorn Borg ha vinto la bellezza di 6 Roland Garros e 5 Wimbledon eppure, mai una volta che si sia lasciato veramente andare; freddo come un ‘iceberg’ Mr ‘IceBorg’, il cui nome in svedese, guarda caso significa ‘Orso’, un assist perfetto per appioppargli un altro soprannome, ‘l’Orso Svedese’. Epica la finale di Wimbledon del 1980, contro John McEnroe ed il tie-break del quarto set verrà certamente proposto più di una volta sui maxischermi della nostra ‘Arca della Salvezza’. Lo svedese era in vantaggio di due set a uno quando, durante il tie-break, McEnroe gli annullò 5 match point ed ebbe la forza di portare il match al quinto set. Borg vinse 8-6 la frazione decisiva ma quel giorno accadde qualcosa nella sua mente: fu sfiorato dal timore di perdere, di non essere più imbattibile; una sensazione che sarebbe coincisa con la fine del suo dominio. Ed infatti, quando l’anno dopo John McEnroe lo privò del sesto titolo sulla regale erba inglese; per Borg è stato l’inizio della fine. L’ultima grande battaglia, Borg la disputò proprio nel 1981, alla quarta finale degli Us Open, ma New York si riconfermò stregata per lui. Dall’essere quasi inaddomesticabile sulla terra battuta quanto sull’erba, ‘L’orso svedesesi ritrovò catturato e chiuso in gabbia dai mancini più irascibili della storia del tennis: John McEnroe e Jimmy Connors.

E’ risaputo che James Scott Connors detestava cordialmente un po’ tutti, eppure negargli un posto in Arca è fuori discussione. Il fatto che sia cresciuto umanamente e tennisticamente sotto alla guida di due donne, la mamma e la nonna, non deve aver giovato al carattere del piccoloJimmy’. Oppure sì, perché Connors è stato il più grande combattente che sia mai entrato in un campo da tennis. “Un pugile mancato”, come lo definì Rino Tommasi, con una risposta al servizio senza eguali, un fisico instancabile ed un gioco d’anticipo destinato ad aprire nuove frontiere. Nel 1974 non vinse il Grande Slam per un pelo, anzi per una tessera, perché ‘Jimbo’ faceva parte dell’Associazione Team Tennis, all’epoca in contrasto con l’ATP e quindi non poté giocarsi la chance di scrivere il suo nome sull’albo d’oro parigino. Nonostante due vittorie, Wimbledon è sempre stato un ambiente troppo controllato per uno come lui che invece riusciva a dare il meglio là dove l’atmosfera si fa bollente e, di conseguenza, trovò nel catino degli Us Opencemento fertile’. I cinque trionfi a New York, l’ultimo dei quali ottenuto con  un 6-0 al quarto set inflitto ad Ivan Lendl, possono rendere l’idea di che genere di leggenda vivente sia Jimmy Connors. Se per ‘Jimbo’ il tennis era fatto di battaglie, per John McEnroe, nato in una base militare statunitense nell’ex Germania Ovest il tennis fu una guerra continua. Un genio ribelle, dotato di uno stile personalissimo e di un talento sovrumano che uniti alla sua indole polemica, hanno fatto di lui una specie di ‘arma chimica’ pronta a sterminare avversari, arbitri, spettatori. Nel palmares di John McEnroe figurano 3 Wimbledon, 2 Master e 4 Us Open; questo però èsoloil bagaglio a mano perché in valigia l’americano custodisce una serie infinita di sceneggiate che hanno contribuito a farne un mito. Se la frase urlata all’arbitro, il malcapitato Fred Hoyles, durante l’edizione di Wimbledon 1981, “You cannot be serios!”, è nota nell’ambiente sportivo quanto un aforisma di Oscar Wilde in un salotto di letterati; l’inopportuno sarcasmo con cui appellò Peter Bellanger, un distinto signore completamente calvo nonché giudice arbitro degli Australian Open, ossia “capellone”; finì con il guastare la pur sempre vacillante armonia che regnava traSuper Brate lo Slam di Melbourne, tant’è che un paio di anni dopo finì con l’essere cacciato dal campo mentre disputava gli ottavi ed era in vantaggio di due set a uno contro Michael Pernfors. In valigia c’è pure un giorno ben preciso: il 10 giugno del 1984. Quel giorno John McEnroe non potrà mai dimenticarlo e nemmeno noi, perché quel giorno è nato un nuovo campione: Ivan Lendl.

Nato ad Ostrava, Ivan Lendl fu iniziato al tennis da bambino e quando non giocava in campo era solito allenarsi contro un muro seppure, quando doveva ripiegare alla seconda opzione, non si divertiva perché “contro il muro nessuno può vincere”. Per un ragazzo che non ha mai avuto sogni ma solo obiettivi vincere è stata una vera e propria ossessione, ragione in più che, fino al 10 giugno 1984 aveva perso tutte e 4 le finali Slam disputate. Quel giorno però, in svantaggio di 2 set contro McEnroe, i numi del tennis si schierarono tutti dalla parte di quel cecoslovacco che non sorrideva mai. E da quel giorno è diventato Ivan il terribile. Definito da Connors un ‘codardo’ per aver gestito con molta saggezza ma con poca eleganza un match durante il girone del Master 1980 in modo da evitare Borg in semifinale; deriso da McEnroe che riteneva di possedere più talento lui in un mignolo che Lendl in tutto il corpo; Ivan merita un posto d’onore  nell’Arca non solo per i suoi 8 Slam, i 5 Master, i 96 titoli e una miriade di settimane da numero un del mondo; ma anche per aver sopportato di tutto e di più, in primis il poco lungimirante pubblico degli Internazionali d’Italia che non solo gli preferì il modesto Perez Roldan ma lo fischiò persino durante la premiazione. Il tennis per Ivan Lendl è stata una religione a cui si è dedicato fino a sfiorare il fanatismo e il ‘Nirvana’ per lui era rappresentato dai campi in erba di Wimbledon. Un’altra ossessione. In questo caso però gli Dei del tennis, gli hanno negato il lieto fine.

I sacri campi del ‘All England Lawn Tennis Club’, sono invece diventati la dimora di un tedesco dal fisico statuario, rosso di capelli, la carnagione bianca e punteggiata di efelidi, capace di imporre la sua presenza facendo del suo impeto, del suo coraggio cieco, della sua impertinenza, della sua potenza, delle armi devastanti. L’impresa che Boris Becker ha compiuto il 7 luglio del 1985, basterebbe per garantirgli un posto in prima classe e salvarsi dalla Profezia Maya. Lui però era oltremodo ambizioso e, pur di arrampicarsi sul gradino più alto del ranking, ha vinto anche un Us Open, 2 Australian Open e 3 Master. Curiosamente, le 4 finali Slam perse da ‘Bum Bum’ si sono tutte disputate sul suo ‘Centre Court’ e in ben due occasioni è stato Stefan Edberg a batterlo. Il gentleman svedese è stato un esponente del ‘serve & volley’ puro e, durante l’esecuzione dei colpi i suoi gesti erano di una raffinatezza tale da farlo apparire un tennista del passato ‘teletrasportato’ in un presente composto da avversari fisicamente e tennisticamente più massicci e potenti. Ma l’apparenza inganna e Stefan Edberg dall’essere considerato un ‘tacchino freddo’ ha finito con il trasformarsi in un aquila. Il rovescio da manuale, l’immediata uscita dal movimento di battuta con un balzo nel campo, la rapidità nello scendere a rete, l’eleganza delle volée, emanavano una magia tale da dare l’impressione che i suoi piedi non toccassero quasi il terreno. Edberg ha totalizzato 6, un Master, 42 titoli e, anche quando non è stato numero 1 per il computer lo era per correttezza e signorilità.

Se Stefan Edberg non è mai riuscito a conquistare il Roland Garros, il suo connazionale Mats Wilander è stato Re di Parigi per ben 3 edizioni: nel 1982, a soli diciassette anni; nel 1985 e nel 1988. Anno quest’ultimo in cui l’infaticabile svedese vinse ben 3 prove dello Slam grazie ad una consistenza tattica fenomenale, basata su un gioco che all’apparenza non era potente ma che faceva delle angolazioni e dei cambi di ritmo un’arma letale. Durante quel magico 1988 non c’era parte del campo in cui Wilander non sapesse destreggiarsi, non c’era situazione che non fosse in grado di gestire, non c’è stato avversario che al suo cospetto non si sia sentito impotente. Un numero 1 del mondo con 7 Slam in bacheca, 4 finali perse, 33 titoli in totale, oltre a 3 Davis. Con Mats al timone l’Arca è inaffondabile.

Gli anni 90’ hanno avuto il loro padrone in Pete Sampras. Dal suo primo trionfo agli US Open registrato proprio nel 1990 fino all’ultimo Slam, conquistato proprio a New York e sempre contro lo stesso avversario, Andre Agassi; l’americano di origini greche ha totalizzato 14 Slam, 5 Master, 64 titoli e 286 settimane da numero 1 del mondo. Se il suo immane valore tennistico fosse stato affiancato anche dal carisma, probabilmente avremmo dovuto consentirgli di occupare un intero piano dell’Arca. Fortunatamente per gli altri ospiti della nave, ‘Pistol Pete’ ha concentrato tutte le sue doti nel tennis giocato mentre le abilità istrioniche le ha lasciate ad Andre Agassi. Ed eccoci al ‘Kid di Las Vegas’,  cresciuto in una villetta nel deserto del Nevada, scelta dal padre perché possedeva un giardino sufficientemente grande per potervi costruire un campo da tennis. Un uomo, papà Mike, che crede ciecamente nella sua macchina lanciapalle e nella matematica: se ogni giorno il piccolo Andre colpisce 2.500 palline, in anno ne colpirà quasi un milione; e diventerà il migliore. Cresciuto ad hamburger, birra e tennis; Agassi prima di diventare un campione è stato un fenomeno di costume: abiti colorati, capelli lunghi, orecchini. Le vittorie sono arrivate più tardi: 4 Australian Open, 2 Us Open, una vittoria a Wimbledon, a Parigi, al Master per un totale di 60 titoli ed un oro Olimpico. L’ennesimo americano a cui concediamo l’ingresso in Arca è Jim Courier. Ingiustamente considerato un semplice picchiatore, ‘Big Jimè stato un realtà un giocatore versatile; lo confermano le 2 vittorie ottenute sia agli Australian Open che al Roland Garros così come le finali raggiunge a Wimbledon ed agli Us Open.

Autorizziamo il ‘passaggio ponte’ anche al primo russo che ha raggiunto il primo posto della classifica mondiale: Yevgeny Kafelnikov, detto ‘Kalashnikov’ per i suoi fondamentali potenti e precisi ed all’impenetrabile freddezza. Due titoli dello Slam una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sydney, Yevgeny ha trascinato la Russia nella conquista della sua prima Coppa Davis; ‘chapeau’. Vietare un biglietto a Michael Stich sarebbe un sacrilegio. Non è riuscito a spingersi oltre al numero 2 del mondo, così come si è fermato in finale sia agli Us Open che al Roland Garros mentre a Melbourne non è mai riuscito a spingersi oltre alle semifinali; ma il 7 luglio del 1991 sovvertì tutti i pronostici battendo Boris Becker nella finale di Wimbledon. E soprattutto al cronista che, alla vigilia della finale, gli disse che il giorno dopo non avrebbe avuto nulla da perdere, Stich rispose: “Nulla da perdere? La finale di Wimbledon ti pare forse nulla?”. Terzo di nove fratelli, cresciuto in un paese del Queensland, Mount Isa, una delle miniere più produttive del mondo; Patrick Rafter ha condotto l’Australia sul tetto del mondo 25 anni dopo John Newcombe. Spettacolare oltre misura, Rafter ha vinto 2 Us Open, e con un pizzico di fortuna in più avrebbe vinto almeno una della due finale che perse sull’erba di Wimbledon. Averlo sull’Arca è un onore. Un posto lo concediamo pure a Thomas Muster non solo per lo Slam vinto a Parigi nel 1995, non solo per i 44 titoli ATP e nemmeno per essere stato numero 1 del mondo. L’austriaco ha dimostrato che con la tenacia è possibile diventare i migliori in quello che si è deciso di fare. Prima di diventare un campione un auto lo investì durante la retromarcia e gli frantumò il ginocchio sinistro. Nonostante i medici dicessero che non avrebbe più potuto giocare a tennis a livelli agonistici, Thomas incaricò un falegname di costruirgli una sedia che gli permettesse di giocare a tennis senza che la gamba toccasse terra, in modo da allenare il busto durante la riabilitazione. Lui tornò più forte di prima e con lui a bordo l’Arca può contare su un combattente capace di fronteggiare qualsiasi evenienza.

Occupiamoci ora delle signore. Vincitrice di 59 prove del Grande Slam, di cui 18 in singolare, 31 in doppio e 10 doppio misto: stiamo ovviamente parlando di Martina Navratilova. Cecoslovacca di nascita, statunitense di adozione, negli anni ha trasformato il proprio fisico in una scultura di muscoli, ha reso ancora più incisivo il suo ‘serve & volley’ mancino con dei solidi fondamentali ed è riuscita a inibire le fragilità caratteriale che agli inizi della carriera le impedirono di trionfare in uno Slam prima di compiere 22 anni. Storica la rivalità che ha unito Martina Navratilova a Chris Evert; un dualismo reso perfetto proprio dalle diversità che le delineavano. Aggressiva e istintiva Martina, regolarista e machiavellica Chris. Dopo vent’anni di sfide non sarà una sorpresa per nessuna delle due di ritrovarsi insieme nell’Arca. Di Chris Evert un altro passeggero, Stan Smith, disse: “Ha sempre rappresentato il tennis in maniera fantastica e attraverso gli anni ha dimostrato una classe eccezionale. Vinceva da campionessa e perdeva da campionessa”. Ed ha vinto davvero tanto: 18 titoli del Grande Slam, nonché oltre il 90% delle gare disputate, 1304 su 1448 secondo le statistiche ufficiali della WTA. Altro record mai eguagliato è la sequenza di 125 vittorie consecutive sulla stessa superficie, la terra rossa, dove rimase imbattuta per sei anni, dal 1973 al 1979. La Evert ha affermato che è stata la forza mentale a portarla così in alto. Lungi da noi mettere in dubbio le parole di una Signora, ma siamo attraversati dal sospetto che non possa essere stata soltanto ‘la testa’ ad averle permesso di vincere almeno una prova del Grande Slam per 13 anni consecutivi, dal 1974 al 1986; così come siamo persuasi che non è stato solamente il diritto a spianare la strada per realizzare il Grande Slam a ‘Fräulein Forehand’, per l’appunto ‘Miss Diritto’, alias Steffi Graf. Figlia di un venditore di assicurazioni con il pallino del tennis, papà Peter piazzò Stephanie su un campo in terra rossa quando aveva appena tre anni. Entro certi limiti quindi, non scelse lei di diventare una tennista così come fu un’iniziativa presa da madre natura quella di dotarla di un fisico eccezionale. Merito di Steffi è essere stata disposta a sgobbare sin da bambina in modo da diventare un’atleta completa: potente, veloce, instancabile. Il Grande Slam del 1988 non è stato un traguardo meno prestigioso dei 22 Slam complessivi o del fatto che sia stata la numero uno del mondo per anni interminabili, annoiati dal suo dominio, interrotto da sporadici risvegli della Navratilova o dalle fragilità, dalle insicurezze che la Graf non è mai riuscita a superare fino in fondo. Come quando nel 1989 la 17 enne Arantxa Sanchez fece piangere la tedesca sorprendendola nella finale del Roland Garros. La spagnola era all’epoca ignara che quel trionfo arricchito da altri due sul suolo parigino ed uno a New York, le avrebbero garantito un biglietto per l’Arca; così come Steffi Graf non avrebbe mai immaginato che Monica Seles sarebbe diventata l’incubo della sua vita.

Monica Seles ha ridotto le sue avversarie all’impotenza. Il tennis stesso deve essersi sentito impotente al cospetto di quel pressing incessante, asfissiante, di quel fisico indistruttibile, di quella ferocia agonistica ineguagliabile. Monica Seles ha conquistato nove tornei nel 1990, dieci nel 1991; ancora dieci nel 1992 dove, nuovamente dominò tre prove del Grande Slam e si ‘laureò’ Maestra. Tra il gennaio 1991 ed il febbraio 1993 la Seles può vantare uno score vittorie-sconfitte di 159–12 (92,9% di vittorie). Nel Grande Slam lo score è ancora più impressionante: 55–1. Finché, alle 18.50 del 30 aprile del 1993, Gunther Parche non ha semplicemente ucciso l’innocenza che ancora regnava nel nostro ‘nobil gioco’, è riuscito in quello che non è stata in grado di fare la Graf; ha impedito a Monica Seles di dimostrare che era lei la tennista più vincente, più ambiziosa, più determinata, più tutto, della storia di questo sport. Cabina extralusso per Monica.

Veniamo a Martina Hinghis. Un talento precoce, incommensurabile, affiancato da una mente straordinaria. Le geometrie generate da Martina sono state la degna evoluzione del gioco della Evert. Martina però vi ha aggiunto un impatto da far venire i brividi tanto era ‘pieno’, tanto era compiuto. Tra il 1997 ed il 1999 ha conquistato 5 prove del Grande Slam, 2 Master, 33 tornei ed il Grande Slam in doppio. Al palmares si aggiungono un totale di 69 titoli e 7 finali dello Slam perse; due di esse particolarmente dolorose e sempre al Roland Garros; la prima contro la modesta Iva Majoli, la seconda contro l’ormai veterana Steffi Graf che si disciolse nel suo ‘canto del cigno’. Declino che invece ha colpito anzitempo Martina. I nervi della ventenne svizzera non hanno retto ad alcune sconfitte in campo e ancora meno sono riusciti a distendersi dopo il ritiro, seguito da lì a poco da un ritorno fatto di delusioni troppo amare per una come lei. Fino all’umiliazione finale: la squalifica per averla trovata positiva alla cocaina. Un epilogo triste che non le rende giustizia. Nell’Arca però nessuno oserà contestare la sua grandezza.

Invitiamo a salire a bordo pure tre americane: Tracy Austin,  vincitrice di due Us Open nel 1979 e nel 1981; Jennifer Capriati che ha trionfato in 3 Slam ed ha vinto un oro alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992 precedendo la connazionale Lindsay Davenport, che ha vinto la medaglia più prestigiosa alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 oltre che altri 3 Slam. Ci siamo accorti che all’appello manca pure una tennista che, nel 1971 a soli 19 anni vinse sia Wimbledon che il Roland Garros: Evoone Goolagong. Nata da una famiglia di origine aborigena, Evoone riconquistò lo Slam inglese pure nel 1980; si dimostrò una solenne padrona di casa a Melbourne dove si aggiudicò 4 titoli; ma nonostante 4 finali a New York non riuscì mai ad alzare il trofeo al cielo.

Per finire, l’Arca non può privarsi di Hana Mandlikova. Veder giocare a tennis quell’esule cecoslovacca, sottile come un fuscello, che ha vinto tutto tranne Wimbledon, era come ritrovarsi di fronte ad un dipinto di Caravaggio. La perfezione che si cela in un capolavoro scuote e commuove insieme. La bellezza del gesto, la sensazione di onnipotenza che trasmetteva nelle sue giornate migliori, quando la schiena non la tradiva, fanno di Hana Mandlikova un artista semplicemente ineguagliabile. Quando il 7 settembre del 1985 Hana batté 7-6 al terzo Martina Navratilova nella finale degli Us Open, Gianni Clerici e Rino Tommasi la definirono: “L’essere umano con più talento che abbia mai giocato a tennis”. I due sublimi dicitori non potevano sapere che in Svizzera cresceva un bambino di quattro anni ed in Belgio una bambina di tre, che da lì a una quindicina d’anni avrebbero messo in discussione la loro affermazione. Quel bambino si chiama Roger Federer, quella bambina Justine Henin; ma di loro ci occuperemo nella prossima puntata.


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