SLOANE STEPHENS, RITRATTO DI UNA GIOVANE RAMPANTE

Direttamente dalla semifinale di Melbourne, ecco la storia della vera rivelazione di questo Australian Open 2013. Sarà lei a raccogliere l'eredità di Serena Williams?
lunedì, 28 Gennaio 2013

Tennis. Il destino di un futuro campione si decide il più delle volte nello spazio di un match, o al massimo di un torneo. Tutti abbiamo ora nella mente l’edizione di Wimbledon del 1985 vinta dal diciassettene Boris Becker, il primo titolo Us Open di Pete Sampras conquistato nel 1990 all’età di 19 anni, la vittoria al Roland Garros di Rafael Nadal targata 2005 quando quest’ultimo aveva da poco compiuto 19 primavere o infine come non ricordare la clamorosa semifinale di Wimbledon edizione 1977 raggiunta da un diciottenne John McEnroe partito dalla fase eliminatoria. Questo solo per citare alcuni casi celebri. Da questa settimana potremmo considerare il quarto di finale femminile dell’Australian Open appena concluso tra Serena Williams e Sloane Stephens la vera svolta nella carriera di una giovane tennista statunitense. Svolta coincisa dunque con una vittoria, e che vittoria, da parte della non ancora ventenne tennista nata a Plantation (Florida) contro una dei suoi idoli indiscussi verso la quale non ha dimostrato nessun timore reverenziale. Partita con l’handicap di un set Sloane ha saputo reagire nel secondo strappando il servizio all’avversaria in chiusura di set rimettendo la situazione in parità. Capolavoro completato poi nella rimonta di un break di svantaggio nell’ultimo parziale chiudendo il match sul servizio dell’avversaria con la rispettosa sfacciataggine che solo i giovani campioni hanno. Prima di andare a salutare l’avversaria a rete un pugno alzato sobriamente ed un sorriso quasi incredulo rivolto al suo angolo, questo il massimo dell’esultanza che si è concessa, conscia forse che il lavoro da fare è ancora tanto e che con quella vittoria si è “solo” guadagnata l’attenzione del mondo tennistico il quale da ora seguirà ogni suo passo già a partire dal prossimo torneo.

C’è da dire che di occhi addosso ne ha avuti nel suo passato. Difatti sebbene il suo miglior risultato sia da oggi la semifinale raggiunta allo Slam australiano, Sloane Stephens non era propriamente una novellina del circuito. Destrorsa, rovescio a due mani (manco a dirlo), ha una racchetta in mano dalla tenera età di otto anni quando la madre, Sybil Smith ex nuotatrice professionista che prese anche parte ai trials olimpici del 1988, la iniziò alla pratica di questo sport. È attualmente allenata dall’ex tennista sudafricano ed affiliato alla USTA David Nainkin già coach di Wayne Ferreira e Mardy Fish e che attualmente offre i suoi servigi anche a Sam Querrey. A chi si chiede a quale modello sportivo si ispiri la ragazza, la risposta appare quasi scontata: al meglio che c’è, le sorelle Williams e Kim Clijsters. Prima di approdare al circuito pro ha fatto molto parlare di se, a suon di prestazioni, anche in quello juoniores. Per lei buoni risultati in tutti e quattro gli Slam. Vanta una semifinale agli Us Open più una vittoria nel torneo di doppio nello stesso anno di grazia (2010) in coppia con l’ungherese Timea Babos con la quale costituì un team vincente in grado di sbaragliare la concorrenza sia Wimbledon che al Roland Garros. Tornando al singolare raggiunge per due volte consecutive i quarti (2009, 2010) all’All England Club, mentre allo Slam di Parigi si spinge fino in semifinale dopo essere partita dalle qualificazioni. Sempre nel 2009 spicca la vittoria al Trofeo Bonfiglio a Milano in finale su Aleksandra Krunic e nel 2008 una semifinale all’Orange Bowl di Key Biscane dove viene sconfitta dalla connazionale ed amica Christina McHale.  Un curriculum di tutto rispetto che le è valso presto il pass per il circuito Wta.

I riflettori non sono però stati sempre puntati sulle sue prodezze sportive, come dovrebbe sempre essere. A settembre del 2009 infatti, quando si stava preparando per il torneo junior degli Us Open ricevette la terribile notizia della perdita del padre, rimasto vittima di un incidente stradale sulla Louisiana Highway 169 all’età di 43 anni. John Milton Stephens era stato un eccellente giocatore di football, running back della squadra dei New England Patriots dal 1988 al 1992. Dopo la fine della carriera sportiva, la nascita di Sloane con cui però non riuscì a costruire un rapporto degno di questo nome a causa di alcuni problemi con la legge prima e di salute poi. I legami tra i due si erano stretti di nuovo solo molti anni dopo quando cominciò un intenso riavvicinamento telefonico fino alla tragedia che ha scosso profondamente l’animo di Sloane, combattuta tra la voglia di partecipare ai funerali in Louisiana e la fremente spinta a prendere parte allo Slam di casa. Ci pensò per diversi giorni prima di decidere per un via di mezzo: prendere parte al torneo e poi volare via subito per andare a far visita alla famiglia del padre. E cosi fece, sconfitta agli ottavi di finale sia in singolare, da Jana Cepelova, sia in doppio si recò a dare l’ultimo saluto al genitore che non ha mai avuto modo di conoscere fino in fondo.

Dopo la drammatica parentesi il cammino del talentino a stelle e strisce è proseguito senza soste. Risale al 2007 il suo debutto assoluto nel circuito ITF in Brasile con la partecipazione ai tornei di Serra Negra e di Itu che l’hanno vista fermarsi agli ottavi. L’anno dopo prende parte alle qualificazioni per accedere al tabellone principale di Miami, ma viene eliminata al primo turno da Ekaterina Bychkova, qualche mese dopo partecipa alle qualificazioni degli Us Open e riesce anche a superare il primo turno prima di arrendersi nel round successivo a Stefanie Voegele. Nel 2010 si innalza fino al secondo turno di Indian Wells partendo dalle qualificazioni dove viene battuta da Vera Zvonareva, arriva anche in finale all’ITF di Caserta, ma anche in quell’occasione è Romina Oprandi ad avere la meglio in due set. Il 2012 è un anno importante, guidata dal vecchio coach Roger Smith – ex tennista bahamense – raggiunge il suo best placement al Roland Garros (ottavi) ed a Wimbledon (terzo turno) eguagliando il piazzamento allo Us Open dell’anno precedente (sempre terzo turno). Soprattutto dopo Parigi comincia a destare una certa attenzione tra gli addetti ai lavori i quali si chiedono se sia davvero lei la destinata a guidare il tennis femminile americano alla fine dell’era Williams. Fino ad arrivare alla stagione appena cominciata in cui vanta già un quarto di finale a Brisbane e due semifinali, ad Hobart persa contro la vincitrice del torneo Elena Vesnina e poi quella più illustre nel primo Slam annuale in cui ha capitolato solo contro la numero uno del mondo.

Quali i margini ci si chiede per questo peperino, che molto probabilmente ci ritroveremo come avversaria nel primo round di Fed Cup il prossimo 9 febbraio a Rimini? Ora come ora sta a lei spingere al massimo sull’acceleratore e scoprire da sola i propri limiti. I miglioramenti sono tangibili e sotto gli occhi di tutti. “Penso che il limite sia il cielo”, si espresse in questi termini il coach Smith commentando quasi un anno fa la vittoria della sua allieva su Mathilde Johansson al terzo turno del French Open. In attesa di arrivarci ce ne sono di soddisfazioni da togliersi.


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