STORIA DI UN “COWBOY ANTICONFORMISTA”

TENNIS - In occasione del lancio della sua autobiografia il Telegraph ha intervistato uno dei coach più celebri del tennis moderno. Nick Bollettieri si è raccontato partendo dagli inizi sino ai suoi più grandi successi vissuti sul campo tramite i suoi pupilli. Quello che ricorda di più? Un giovanotto che per farlo imbestialire si truccava e si dipingeva le unghie e che nel '92 vinse Wimbledon
martedì, 22 Aprile 2014

Tennis. Quale occasione migliore per un’intervista ad uno dei guru del tennis moderno se non il lancio della sua autobiografia. Il sito del Telegraph ha riportato due giorni fa l’esito della chiacchierata con il celebre coach Nick Bollettieri. Quello che ne è venuto fuori è stato un estratto a grandi linee dei momenti che hanno segnato la sua decennale carriera di formatore di giovani talenti accompagnato da considerazioni sul metodo e stralci abbastanza diretti del Bollettieri pensiero.

Personalità rigida, quasi scorbutica, elemento carismatico ed internazionalmente riconosciuto negli ambienti tennistici, Andre Agassi ne ha dipinto un ritratto a tinte più fosche che mai definendolo un “traffichino che non ha mai amato il gioco, né lo ha mai capito sino in fondo”. Niente male. Ciò non ha evitato al coach, nato a New York nel 1931 da genitori immigrati dall’Italia, di entrare nel luglio dell’anno scorso nella Hall of Fame del tennis, accompagnato in quell’occasione da Lindsay Davenport.

La storia del suo approccio al mondo del tennis è quanto mai particolare. Dagiovane non tocca una pallina da tennis sino all’ultimo anno di high school (a Pelham il quartiere dove è cresciuto). Dopo la laurea in filosofia a Spring Hill, in Alabama, va a servire il suo paese nel gruppo dei parà e lo fa eccellentemente raggiungendo il grado di primo tenente. Poi? “In realtà mi sono avvicinato al tennis per caso. Ero un paracadutista e quando mi sono congedato mio padre voleva che diventassi avvocato. Mi piaceva il surf così sono andato a studiare a Miami”. Lì succede qualcosa, lì il giovane Nick scopre la sua vocazione: “C’erano questi due campi da tennis di fronte al palazzo amministrativo della città. Dovevo racimolare un po’ di soldi. Pur non riuscendo a distinguere il mio sedere dal mio gomito iniziai a dare lezioni di tennis per tre dollari l’ora. Dopo cinque mesi lasciai la scuola di legge e dissi: ‘Mi butto sul tennis!’”.

Un anticonformista (“maverick”) ed un cowboy, così si descrive Bollettieri nella sua autobiografia (Changing the game) in cui si racconta senza remore aprendo le porte della sua memoria e partendo dai suoi primi anni caratterizzati dalla tragedia della accidentale morte del fratello più piccolo Jimmy Boy sino ad arrivare agli anni più recenti. Ora alle porte degli 83 anni e con ben otto matrimoni alle spalle (sì pare che siano proprio otto anche se quando gli si chiede se sia vero risponde sempre: “Perché? Vuoi diventare il numero nove??”) il vecchio Nick ripensa ai successi vissuti sul campo per mezzo dei suoi pupilli rivendicando anche alcune tra le maggiori innovazioni del tennis moderno, dall’avvento della grafite in poi per intenderci. Tra le maggiori vengono citate la drive volley, un tipo di volee molto potente usata come metodo proficuo di approcciare la rete, ed il reverse forehand, un dritto in top spin massimo quello che gioca molto spesso Rafael Nadal tanto per fare un esempio.

Insomma Nick scopre che fare il coach potrebbe essere il suo futuro e comincia ad operare a tempo pieno. Si fa un nome in giro e nel 1978 apre la Nick Bollettieri Tennis Academy in Bradenton (Florida). Il centro di addestramento come è stato definito molto pittorescamente da Agassi nella sua biografia. I suoi metodi saranno anche stati spartani, ma i campi di quella scuola sono stati calcati da almeno 10 futuri numeri uno del ranking mondiale e questo vorrà dire qualcosa. Di questi però fu solo uno a rendere quel posto famoso in tutto il mondo. Il più ribelle di tutti che con il coach Bollettieri stabilì un rapporto di odio e amore, ma comunque profondissimo e soprattutto vincente. Su di lui, Andre Agassi, e sulla sua esperienza all’Academy Bollettieri si sofferma con piacere: “Si imbellettava, si lucidava le unghie. Era totalmente differente rispetto agli altri. Jim Courier [acerrimo rivale di Agassi sin dall’adolescenza] mi avrà detto un centinaio di volte che avrei fatto meglio a cacciarlo. Io però vedevo in lui qualcosa di inusuale. Non potevo neanche urlargli qualcosa mentre era in campo, era molto suscettibile”. Con Agassi formò una coppia vincente e di successo per quasi un decennio, il trionfo maggiore e più inatteso fu Wimbledon del 1992. “Vincere quel torneo con Andre è il mio ricordo più bello. Quattro giorni prima dell’inizio del torneo mi chiamò dicendo: ‘Andiamo a Boca Raton ad allenarci’. Lì viveva la sua ragazza di allora, Wendi. Giocammo a golf per lo più. Arrivati in Inghilterra gli chiesero: ‘Andre dove sei stato?’ Lui rispose: ‘Nelle ultime due settimane mi sono allenato molto’. Non aveva toccato neanche una pallina sull’erba, ma andò lì e vinse il titolo”. Quello che successe sul campo è storia recente del tennis, Agassi mise tutti in fila e batté Goran Ivanisevic in cinque set in finale. “Infiammò le folle, lo fece davvero. Aveva un dono quel ragazzo. Fece saltare letteralmente il pubblico ai Championships. Quando diede l’addio al tennis allo Us Open tutti nel villaggio, anche i chioschi, i bar, si fermarono per ascoltare il suo discorso. Non tutti riescono a fare una cosa del genere”. Una collaborazione di successo che non finì però nel migliore dei modi. Qualche mese dopo la vittoria a Wimbledon il rapporto di lavoro si esaurì improvvisamente con grandissima delusione del talento di Las Vegas che nella sua biografia diede ampio sfogo alla frustrazione vissuta in quel particolare momento.

Da molti elogiato, ma non da tutti e soprattutto non per tutto quello che ha proposto nei suoi metodi di insegnamento, Bollettieri verrà ricordato anche per la promulgazione del metodo (o tattica?) del grunting molto in voga nel circuito femminile tra le prime della classe. Serena Williams, Maria Sharapova, Monica Seles, tutte vincenti, tutte numero uno del mondo e tutte ricorrono, o hanno ricorso all’urlo tribale durante gli scambi in special modo quelli più importanti. Sulle orme di queste grandi tenniste c’è la giovane Michelle Larcher De Brito (soprannominata De Grido immaginate perché) anche lei made in Bollettieri, of course. Nel suo libro Nick commenta così: “Si tratta di un qualcosa che non ho mai insegnato, ma che ci tengo a difendere perché gran parte dei miei atleti ne hanno fatto un tassello integrante del loro arsenale in campo”. Mentre nell’intervista ci racconta un po’ la genesi di questa pratica spacca timpani: “Tutto cominciò con Monica Seles. Era così magra, così minuta. Ogni volta che colpiva la pallina sembrava potesse stramazzare a terra da un momento all’altro. Così pensò che se voleva farsi rispettare in campo avrebbe dovuto fare casino nel momento in cui colpiva”.

Bollettieri va per la sua strada e chiedergli se sia preoccupato in qualche modo che questo possa apportare danni alla lunga alla sua immagine è quasi come servirgli un rigore a porta vuota: “Una sola cosa mi ha insegnato mio padre, i tuoi critici sono i tuoi migliori amici. Perché se loro parlano di te vuol dire che stanno pensando a te. Questo consiglio datomi da mio padre mi è stato molto utile. A me non frega nulla di niente semplicemente perché io sono chi sono. L’ho sempre saputo”. Come diceva un altro grande personaggio italoamericano in una sua notissima canzone: “I did it my way”.


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