SVETLANA KUZNETSOVA, L’INQUIETUDINE DEL TALENTO

Svetlana Kuznetsova, un genio contorto, un tennis virile aggraziato dalla purezza del talento, attraversato da luce e oscurità, da fragilità e follia. La classe inestimabile ha permesso alla russa di conquistare New York nel 2004 e di bruciare Parigi nel 2009. Svetlana Kuznetsova, è sinonimo di bellezza.
venerdì, 27 Giugno 2014

E’ l’11 settembre del 2004 quando sul cemento di Flushing Meadows Svetlana Kuznetsova sconvolge il mondo del tennis conquistando lo Slam più difficile, più duro, dove in genere non c’è spazio per le sorprese, perché agli US Open a vincere sono i più forti. Che non sia una finale come tutta le altre lo testimonia la cerimonia d’apertura. Sono le 20 quando sull’Arthur Ashe si espande l’anima nera del tennis, ma anche della vita: la soprano Jessye Norman affiancata dai Boys Choir esegue una toccante versione di “God Bless America”, seguita da un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle e degli atti di terrorismo rivolti contro la Russia nemmeno dieci giorni prima alla scuola di Beslan. A rendere l’epilogo della 123esima edizione degli US Open, fuori dall’ordinario sono anche le protagoniste: Svetlana Kuznetsova ed Elena Dementieva. Entrambe russe, amiche, compagne di viaggio nel circuito. Svetlana ha diciannove anni, Elena ne ha quasi ventitré e nell’accettare di presentarsi in campo la prima con un berrettino riportante la sigla di New York Fire Department e la seconda con quella del New York Police Deparment è possibile scorgere tutta l’autenticità di quelle due ragazze così diverse nel carattere e nello stile.

E poi c’è il burrascoso percorso affrontato, perché nel 2004 a New York accadde di tutto. Svetlana Kuznetsova lascia due game a Sesil Karatantcheva, per poi infliggere un doppio 6-3 a Nicole Pratt e respingere la veterana Amy Fraser. E così, mentre Anastasia Myskina si perde per strada, Lindsay Davenport sconfigge Venus Williams, Nadia Petrova schiaccia Justine Henin, Elena Dementieva rimonta Vera Zvonareva e Svetlana Kuznetsova abbatte 7-6 6-2 Mary Pierce, che nel turno precedente aveva eliminato Maria Sharapova. I quarti propongono tre match di un’intensità, come disse Bud Collins, “impossibile da descrivere”. Se l’incontro tra Serena Williams e Jennifer Capriati è influenzato da un clamoroso errore arbitrale che finisce per avvantaggiare la seconda, la Dementieva piega Amelie Mauresmo per 4-6 6-4 7-6. Non meno straordinario si rivela il derby tra Kuznetsova e Petrova, scandito da un 7-6 6-3. In semifinale, per avere ragione sulla Capriati, Elena deve ricorrere a un altro 7-6 al terzo e, per la prima volta nell’arco del torneo, pure Svetlana svetta sulla Davenport nel set cruciale. La finale ingloba tutto questo e, mentre in tribuna si percepisce l’ansia di mamma Vera, dei genitori di Svetlana, di Emilio Sanchez e Sergio Casal, con una pimpante Martina Navratilova a fare da spartiacque; in campo si affrontano due giovani antitesi. Elena: un fisico instancabile e un tennis solido, assemblato con il duro lavoro. Svetlana: l’eccezionale bagagliaio tecnico, un tennis virile aggraziato dalla purezza del talento, dalle accelerazioni, seppure sarebbe più corretto definirle “invenzioni“, spesso imprevedibili, eppure consolidate da una sorta di indole primordiale che accomuna i fuoriclasse; timidezza e sfrontatezza, luce e oscurità. Dopo un primo set finito in appena 29 minuti nella cassaforte della Kuznetsova, nella ripresa la Dementieva approfitta di un calo di concentrazione della compatriota e si porta sul 4-2. Tornata in se’, Svetlana si riprende il break con un imprendibile rovescio lungolinea in corsa, per quindi allungare all’undicesimo game e andare a fissare il tabellone segnapunti sul 6-3 7-5 con un ace di seconda.

Il genio di San Pietroburgo la definirono agli esordi, come il suo concittadino Dostoevskij, per quel suo modo disarmante di porsi, per quel miscuglio di talento, fragilità e follia che le permise di conquistare New York nel 2004 e di bruciare Parigi nel 2009, ma che allo stesso tempo, forse, le impedì di instaurare un proprio regno, di dominare le avversarie, di vincere quanto avrebbe potuto e dovuto. Questo, perché sin dagli esordi in Svetlana tutto si mescola, si contorce, si contraddice. Perché ebbene sì, che ne sia consapevole o meno, in lei prolifera il sottosuolo di Dostoevskij, un non luogointriso di urla, di desiderio, avvolto in un caos atavico che non accetterà mai d’esser sottomesso alla logica. Tolstoj non apprezzava Dostoevskij, lo accusava di scrivere male, lo considerava un talento crudele, “tarato” da un istinto sadico che tende “ad esagerare le cose” in quanto “nella vita è tutto più semplice e comprensibile“. I “non luoghidi Dostoevskij ed il tennis della Kuznetsova sono due facce della stessa medaglia: è forse comprensibile, spiegabile come la russa riesca a far apparire semplici le cose più difficili, mentre trasformi l’ordinario in una sorta di apocalittica Odissea?

C’è tanta Russia in Svetlana Kuznetsova, c’è tanto di quel misticismo difficile da comprendere ed impossibile da spiegare che accarezza e corrode la terra che le ha dato i natali; quell’insieme di anime che più di un popolo appare come un’ambigua, inquietante, ammaliante opera d’arte. Un capolavoro lo è pure il tennis della Kuznetsova, così completo, così misticamente dissacrante, la mente-braccio capaci di generare soluzioni senza confini, la palla carica, maschile, un miscuglio di dolcezza e violenza, una dolorosa perfezione in contrasto con il suo essere al tempo stesso così febbrilmente umana, inquieto talento abbagliato dalla sua stessa luce. Anche per questo, il personaggio Kuznetsova è qualcosa che va oltre all’essere una campionessa ed assume il valore di metafora. Una bellezza inquietante come alcune pagina di Dostoevskij, grave come alcuni dipinti di Van Gogh, inafferrabile come la vera natura di certe figure che animano i dipinti di Caravaggio. Ed è proprio al grande Merisi che è più facile associarla; talmente determinate nelle sue vittorie quanto nelle sue sconfitte da abolire il contorno delle proprie gesta, così come faceva il maestro italiano, circondando le sue figure di oscurità. Svetlana Kuznetsova che ha reso ancor più grandi i suoi trionfi perché apparizioni emerse dal buio; tese a donare luce là dove il tennis femminile tende a piegarsi al cospetto della notte dei tempi.

Svetlana Aleksandrovna Kuznetsova è nata a San Pietroburgo, il  27 giugno del 1985. Proviene da una famiglia di sportivi: suo padre, Alexander Kuznetsov, è l’allenatore della nazionale russa di ciclismo e sei degli atleti da lui seguiti hanno vinto altrettante Medaglie Olimpiche. Sua madre, Galina Tsareva è stata sei volte campionessa del mondo di ciclismo su pista ed ha battuto per ben 20 volte il proprio record del mondo di velocità. Suo fratello Nikolai ha invece vinto la medaglia d’argento, sempre nella specialità di ciclismo su pista, alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Pare avere il destino segnato Svetlana, però lei di pedalare non ne vuole sapere, lo considera uno sport “troppo noioso” e così a sette anni inizia a giocare a tennis sotto alla guida di Inna Y. Gorelova. “Una bugia è solo una storia fantastica che qualcuno rovina con una brutta verità”; afferma Barney Stinson in “How I met your mother”. Verità o leggenda, si racconta che quando Svetlana va al CSKA di Mosca per uno stage la prima persona con cui palleggia è Elena Dementieva e che tra tutti i maestri della Madre Russia inizia a correre voce come “un talento simile non si era mai visto”. Svetlana ha quindici anni quando i genitori la accompagnano su un aereo diretto a Barcellona affinché possa allenarsi nell’Accademia gestita da Emilio Sanchez e Sergio Casal. Ed ecco a rincorrersi un’altra voce di corridoio in contrasto con quelle trapelate in casa: pare infatti che Sanchez abbia tentato di convincere la Federazione Spagnola ad offrire la cittadinanza alla sua pupilla, ma il presidente la bollò come “una giocatrice mediocre che non arriverà mai tra le prime venti del mondo”.

Diventata professionista nel 2000, il 21 aprile dell’anno seguente, non ancora sedicenne, Svetlana conquista il suo primo titolo ITF a Cagliari, per poi raggiungere la finale sia al 10.000$ di San Severo che al 170.000$ di Madrid. A fine anno è la n°259 del mondo. Nel 2002 la russa supera le qualificazioni sia agli Australian Open che agli US Open per poi fermarsi al secondo ed al terzo round e ripone in bacheca il primo titolo WTA ad Helsenki, per quindi ripetersi al torneo di Bali dove sconfigge sia Arantxa Sanchez che Conchita Martinez. Notata da Martina Navratilova, l’anno dopo la Kuznetsova inizia a giocare il doppio con la leggendaria campionessa: si impongono a Gold Coast, Dubai, Roma, Toronto, Lipsia, mentre raggiungono la finale agli US Open e la semifinale al Master. L’esplosione della Kuznetsova avviene nel 2004: raggiunge le finali a Dubai, Doha e Varsavia, per quindi spingersi fino agli ottavi al Roland Garros dove sbatte contro Anastasia Myskina che la supera 1-6 6-4 8-6 dopo averle annullato due match point. Poi venne l’apoteosi agli US Open a cui seguì la finale di Pechino, persa contro Serena Williams per 6-4 5-7 6-4.

Quante pressioni si sono abbattute su Svetlana Kuznetsova, quante aspettative, quanti giudizi. Qualsiasi cosa facesse, non faceva mai abbastanza. Pure quando vinceva parecchio e bene, non appena perdeva, in molti non riuscivano a togliersi dalla bocca quel sapore amarognolo, quella sensazione di scontento; c’era sempre un alone ambiguo nelle sue battute d’arresto, chiunque fosse l’avversaria, c’era sempre quel “ma”, quel “però”, che faceva sentire la stampa autorizzata ad imputarle delle colpe. Nella bacheca di Svetlana brillano 13 titoli WTA tra cui, oltre agli US Open ed al Roland Garros, un successo a Miami nel 2006, due a Pechino nel 2006 e nel 2009, uno a Stoccarda nel 2009, uno a Eastbourne nel 2004, tre a Bali (2002, 2004, 2006), a Esopo 2002, New Haven 2007 e San Diego 2010. Un totale di 33 finali che comprendono altri due Slam andati in fumo, al Roland Garros 2006 ed agli US Open nel 2007, tre ultimi atti a Dubai (2004, 2008 e 2010), tre a Varsavia (2005, 2006, 2007), due a Roma (2007 e 2009), due ad Indian Wells (2007, 2008) due a Doha (2004, 2007) altri due a Pechino (2004, 2008) e poi Tokyo, Berlino, fino ad Oeiras. E poi ci sono 4 Fed Cup afferrate con la Russia, nonché 16 titoli in doppio, tra cui sei finali Slam raggiunte, due di esse andate a buon fine, sempre agli Australian Open, la prima nel 2005 insieme ad Alicia Molik, la seconda nel 2012 in coppia con Vera Zvonareva. Tanta stampa scrolla le spalle al cospetto dei suoi numeri. Ebbene, quanti tornei avrebbe dovuto vincere Svetlana? Quanti Slam? Sette? Otto? Dieci? Ma in fondo, che importa? Svetlana Kuznetsova sarebbe stata sempre la stessa nella mente delle colleghe e del pubblico lungimirante. Quando in campo entra la Kuznetsova ranking e palmares si annullano. Se sta bene, se è “in pace“, Svetlana è una numero uno con o senza la conferma del computer.

Eppure è indubbio, ad un certo punto della carriera Svetlana si è incagliata. Forse una serie di infortuni, forse degli eventi legati alla sua vita, hanno scalfito motivazioni, sicurezze, lucidità, ma soprattutto hanno minacciato la sua tranquillità interiore, condizione indispensabile per una persona sensibile, emotiva e passionale come lei. Dall’Accademia Sanchez Casal a Stefan Ortega, da Olga Morozova, a Larisa Savchenko a Loic Courteau, per quindi ritornare in Patria, e poi affidarsi a Carlos Cuadrado ed Amos Mansdorf; in molti hanno “messo le mani” su quello straordinario scrigno di opportunità che è Svetlana Kuznetsova. Eppure forse nessuno è riuscito a carpirne l’essenza, a comprendere fino in fondo la “persona Svetlana”, a trasmetterle quella fiducia di cui ha sempre avuto bisogno. Ed il limbo ha preso forma, ha risucchiato nei suoi meandri il genio di San Pietroburgo, una ragazza che sin da giovanissima non ha mai avuto nelle sue rivali, bensì in se’ stessa la sua principale nemica. L’intervento di Carlos Martinez, affiancato da Herman Gumy, e le competenze di Marco Panichi, sembrano aver indicato a Svetlana la strada per uscire dal tunnel.

E’ in una Parigi opaca, coperta dalle nuvole che il 6 giugno 2009 una fiamma prende forma attingendo luce da echi lontani. Due settimane perfette durante le quali sotto ai colpi di Svetlana Kuznetsova cadono Radwanska, Stosur, Serena Williams e Dinara Safina. Cinque anni dopo l’assolo di New York, al Roland Garros Svetlana torna ad imporre la sua legge ed il tennis può tirare un sospiro di sollievo: a vincere è la classe. Cinque anni dopo essersi incoronata regina del Roland Garros Svetlana si presenta a Parigi come testa di serie n°27: liquida Sofia Shapatova, si scrolla di dosso Camila Giorgi, batte Petra Kvitova al termine di una battaglia lunga 3 ore e 15 minuti, si impone su Lucie Safarova per quindi essere frenata da un infortunio all’inguine e alla coscia sinistra, prima ancora che della futura finalista Simona Halep, battuta poco più di un mese prima a Stoccarda, torneo da cui Svetlana aveva preso la rincorsa per acquisire una forma tale da avvicinarla, settimana dopo settimana, a un possibilissimo bis ai French Open, al suo terzo Slam.

Svetlana Kuznetsova e la bellezza del gesto. Il diritto “carico”, personalissimo, tanto nella preparazione quanto nell’esecuzione, il busto che si presta a una rotazione che coinvolge le anche, la gamba sinistra che spesso si solleva come ad imprimere l’ennesima, l’ultima spinta. Il rovescio accompagnato con le braccia tese, per poi compiere un impercettibile movimento di aggiustamento con il sinistro, una sorta di fremito velato. La perfezione del movimento di servizio, il piede destro che si avvicina all’altro mantenendo un’inclinazione caratteristica, la racchetta che rimane sospesa dietro alla schiena per quella frazione di secondo che, se immortalata, porta ad associare l’equilibrio della figura a quella di una statua scolpita nell’atto che precede l’esplosione di uno sforzo. La rapidità dei piedi, quel modo di rientrare al centro del campo tutto suo, leggero eppure allo stesso tempo compatto.

Sono trascorsi quattordici anni da quando Svetlana si è affacciata nel Circuito. Un tempo introversa teenager, sempre educatissima, cordiale con tutti; ora ventinovenne non troppo cambiata, giusto più consapevole di avercela fatta, di essersi guadagnata un posto nell’Olimpo, alcuni tatuaggi che ne rimarcano la crescita, un percorso forse più doloroso, più denso di patemi rispetto a quanto sarà mai disposta ad ammettere. Una donna talmente ricca di sfumature, dotata di un talento non solo tennistico, ma anche umano, da essere stata sfregiata da un’infinità di brezze leggere. Dopo quattordici anni Svetlana Kuznetsova è ancora qui e forse sarebbe il momento di ammettere che la russa è stata un dono da parte degli Dei del tennis. Svetlana Kuznetsova, interprete solitaria, una scintilla, un lampo di luce che infrange le tenebre di un tennis non più violentato, bensì preso per mano, indirizzato verso una sorta di incantesimo soffuso, un territorio che risponde a un solo nomebellezza”.

English Version

SVETLANA KUZNETSOVA, THE ANXIETY OF TALENT

Svetlana Kuznetsova, a twisted genius, a manly tennis graced by the purity of talent, crossed by light and darkness, fragility and madness. Her invaluable class allowed the Russian to conquer New York in 2004 and Paris in 2009. Svetlana Kuznetsova is synonymous with beauty.

It is September, 11th 2004 when on Flushing Meadows’ courts Svetlana Kuznetsova upsets the tennis world winning the hardest Slam, a Slam where usually there is no room for surprises, because only the best win the U.S. Open. That it would not have been an end like all the others it is proved by the opening ceremony. On the Arthur Ashe the black soul of tennis, but also of life, roars: the soprano Jessye Norman flanked by Boys Choir performs a touching version of “God Bless America”, followed by a minute of silence in memory of the victims of the attack on the Twin Towers and of the recent acts of terrorism directed to Russia that happened in Beslan. To make the epilogue of the 123rd edition of the U.S. Open, the protagonists are also out of the ordinary: Svetlana Kuznetsova and Elena Dementieva. Both Russian, friends, traveling companions in the tour. Svetlana is nineteen, Elena is almost twenty-three. The first accepts to appear on court with a cap bearing the initials of the New York Fire Department, and the second with that of the New York Police Deparment. You can see all the authenticity of those two girls who are so different in character and style.

And then there is a stormy path addressed, because in 2004 in New York everything happened. Svetlana Kuznetsova leaves two games to Sesil Karatantcheva, then inflicts a double 6-3 to Nicole Pratt and dismisses the veteran Amy Fraser. And so, while Anastasia Myskina is lost along the way, Lindsay Davenport defeated Venus Williams, Nadia Petrova crushed Justine Henin, Elena Dementieva beats Vera Zvonareva and Svetlana Kuznetsova knocks down Mary Pierce in two sets, 7-6 6-2, Pierce who eliminated in the previous round Maria Sharapova. The quarterfinal matches propose an intensity, just as Bud Collins said, “impossible to describe”. If the match between Serena Williams and Jennifer Capriati is influenced by a resounding failure arbitration which ends up benefiting the second, Dementieva fold Amelie Mauresmo with the score of 4-6 6-4 7-6. No less extraordinary is the “derby” between Kuznetsova and Petrova, that ended with a 7-6, 6-3. In the semifinals, to beat Capriati, Elena must rely on another 7-6 in the third and, for the first time in the tournament, as well Svetlana surpasses Davenport in the crucial set. The final encompasses all this and, while in the stands you could feel the anxiety of mother Vera, of Svetlana’s parents, of Emilio Sanchez and Sergio Casal, with a perky Martina Navratilova to act as a watershed, on court there are two young antithesis. Elena: a physical and a tireless solid tennis, assembled with hard work. Svetlana: the exceptional technique, a tennis manly graced by the purity of talent, the accelerations, although it would be more correct to call them “inventions”, often unpredictable, yet consolidated by a sort of primordial nature that unites the champion; shyness and boldness, light and darkness. After a first set ended in just 29 minutes and won by Kuznetsova, Dementieva in the second takes advantage of a lapse in concentration of her compatriot and took the lead, 4-2. Back in the match, Svetlana takes the break back with a backhand down the line, then stretches for the eleventh game and go to fix the scoreboard with an ace for the final score of 6-3 7-5.

The genius of St. Petersburg people called her at the beginning, like her countryman Dostoevskij, for her disarming way of asking for the mixture of talent, frailty and folly that allowed her to conquer New York in 2004 and Paris in 2009; but at the same time, perhaps, it prevented her from establishing her own kingdom, to dominate opponents, to win what could and should have won. This is because from the outset inside Svetlana everything is mixed, twisted, it contradicts itself. Because yes, whether they are aware or not, she thrives on Dostoevskij’s underground, a “non-place” drenched by screams, desire, wrapped in an atavistic chaos that will never accept the logic of being submissive. Tolstoij did not like Dostoyevskij, accused him of bad writing, considered him a cruel talent, “calibrated” by a sadistic instinct which tends “to exaggerate things” because “everything in life is easier and more understandable“. The “non-places” of Dostoevskij and Kuznetsova’s tennis are two sides of the same coin: it is perhaps understandable and explicable that the Russian manages to bring up simple things more difficult, while she turns the ordinary into a kind of apocalyptic Odyssey?

There is so much Russia in Svetlana Kuznetsova, there is a lot of mysticism that is difficult to understand and impossible to explain that caresses and erodes the land that has given her birth; that set of souls that more than a people appears to be an ambiguous, disturbing, haunting work of art. Also Kuznetsova’s tennis is like a masterpiece, so complete, so mystically irreverent, capable of generating solutions without boundaries, a mixture of sweetness and violence, a painful perfection in contrast to its own being, a restless talent dazzled by its own light. Even so, the character Kuznetsova is something that goes beyond being a champion and takes the value of metaphor. An eerie beauty just as some pages of Dostoevskij, as serious as some paintings by Van Gogh, as elusive as the true nature of certain figures that animate the paintings of Caravaggio. And it is precisely the great Merisi that it is easier to associate to her; so determined in her victories and in her defeats by abolishing the outline of her deeds, as the Italian master did, surrounding his figures with darkness. Svetlana Kuznetsova made her triumphs even greater because her appearances emerged from the darkness; designed to give light where women’s tennis tends to bend in front of the mists of time.

Svetlana Alexandrovna Kuznetsova was born in St Petersburg on 27th June 1985. She comes from a sporting family: her father, Alexander Kuznetsov, is the head coach of the Russian national cycling team and six athletes followed by him have won Olympic Medals. Her mother, Galina Tsareva was six times world champion in track cycling and batted for 20 times its own world record of speed. Her brother Nikolai has instead won the silver medal, again in the specialty of track cycling, in the 1996 Atlanta Olympics. Svetlana she does not want to follow these steps, so begins to play tennis under the guidance of Inna Y. Gorelova. “A lie is just a great story that someone ruined with an ugly truth” says Barney Stinson in “How I Met Your Mother”. Truth or legend, it is said that when Svetlana went to the CSKA Moscow for an internship among all the masters of Mother Russia begins to run this voice: “we had never seen a talent like this”. Svetlana was fifteen years old when her parents accompany her to take a plane to Barcelona so that she could train in the Academy run by Emilio Sanchez and Sergio Casal. And here’s to chase another rumor leaked in contrast with those at home: it seems that Sanchez has attempted to convince the Spanish Federation to offer citizenship to his pupil, but the the Chief labelled her as “a mediocre player who will never reach the top twenty”.

Became professional in 2000, on 21st April the following year, not yet sixteen, Svetlana won her first ITF title in Cagliari, before reaching the final of both the $ 10,000 and $ 170,000 San Severo and Madrid. At the end of the year she is No. 259 in the world. In 2002, the Russian qualifies both for the Australian Open and the U.S. Open, then wins her first WTA title in Helsinki, and repeats herself in Bali where she defeats Arantxa Sanchez and Conchita Martinez. Spotted by Martina Navratilova, the year after the Kuznetsova began to play doubles with the legendary champion: they won in Brisbane, Dubai, Rome, Toronto, Leipzig, and reach the final at the U.S. Open and the semifinals at the YEC. The explosion of Kuznetsova takes place in 2004, when she reaches the final in Dubai, Doha and Warsaw, then go up to the second round at Roland Garros where she stumbles on Anastasia Myskina who defeats her with the score of 1-6 6-4 8-6. Then came the apotheosis of the U.S. Open which was followed by the final in Beijing, lost to Serena Williams 6-4 5-7 6-4.

There was too much pressure on Svetlana Kuznetsova, too many expectations. Whatever she did, it was not enough. Svetlana’s trophy cabinet includes 13 WTA titles, in addition to the U.S. Open and the Roland Garros’ ones; among these, a success in Miami in 2006, two in Beijing in 2006 and in 2009, one in Stuttgart in 2009, one in Eastbourne in 2004, three in Bali (2002, 2004, 2006), one in Esopo in 2002, one in New Haven, in 2007, one in San Diego in 2010. A total of 33 finals including two other Slam finals lost, at Roland Garros in 2006 and at the U.S. Open in 2007; three finals in Dubai (2004, 2008 and 2010), three in Warsaw (2005, 2006, 2007), two in Rome (2007 and 2009), two in Indian Wells (2007, 2008) two in Doha (2004, 2007), the other two in Beijing (2004, 2008) and then Tokyo, Berlin,  Oeiras. And then there are 4 Fed Cup won with Russia, as well as 16 titles in doubles, including six Grand Slam finals reached, two of them successful, both at the Australian Open, the first in 2005 paired with Alicia Molik, the second in 2012 paired with Vera Zvonareva. Still, many shrug in front of these numbers. Well, how many tournaments she should have won? How many Grand Slam titles? Seven? Eight? Ten, perhaps? But in the end, who cares? Svetlana Kuznetsova has always been the the same in the minds of colleagues and tennis fans. When she enters the court, the rankings and palmares are canceled. When she feels “ok”, when she is in peace with herself, Svetlana is a real number one, with or without the confirmation of those numbers.

Yet there is no doubt, at some point of her career Svetlana ran aground. Perhaps a series of injuries, perhaps the events related to her life, have scratched a little of motivation, safety, clarity, and above all have threatened her peace of mind, an indispensable condition for a sensitive, emotional and passionate person as her. From the Academy of Sanchez Casal to Stefan Ortega, from Olga Morozova and Larisa Savchenko to Loic Courteau, then the return to her country, and then again to rely on Carlos Cuadrado and Amos Mansdorf; many have “put hands” on this extraordinary treasure that is Svetlana Kuznetsova. But perhaps no one is able to snatch the essence, to fully understand the person Svetlana“, to transmit this trust which has always needed. And the limbo has taken shape in the mind of the genius of St. Petersburg, often seen as the main enemy of herself. The intervention of Carlos Martinez, flanked by Herman Gumy, and the skills of Marco Panichi, seem to have indicated to Svetlana the way to get out of the tunnel.

And was in a Paris covered by clouds that on June 6th, 2009 a flame drawn by the light of distant echoes took shape. Two perfect weeks during which under Svetlana Kuznetsova’s shots everyone fell: Radwanska, Stosur, Serena Williams and Dinara Safina. Five years after the solo in New York, at the Roland Garros Svetlana returns to impose her law and tennis could breathe a sigh of relief. Five years after being crowned queen of Roland Garros, in Paris Svetlana is seeded No. 27: beats Sofia Shapatova, shakes off Camila Giorgi, defeats Petra Kvitova after a long battle of 3 hours and 15 minutes, imposes herself on Lucie Safarova, but is stopped by the future finalist Simona Halep, whom she had beaten just over a month before in Stuttgart, thus the little romanian denied her the possibility to play the final to grab her third Grand Slam title.

Svetlana Kuznetsova and the beauty of the gesture. That forehand, so personal, both in the preparation and in the execution, the body that lends itself to a rotation that also involves the left leg which often raises as to give yet another, the last push. The backhand, accompanied with outstretched arms, and then the slight movement of adjustment with the left, a veiled sort of thrill. The perfection of the service movement, the right foot that comes close to the other while maintaining a tilt feature, the racket that remains suspended for that split second that if immortalized leads to associate the balance of the figure to a statue carved in the act that precedes the explosion of an effort. The speed of the feet, that way of returning to the center of the court all her own, light and at the same time compact.

Fourteen years have passed since when Svetlana took her first steps in the tour. At that time introverted teenager, always very polite, friendly with everyone; now a twenty-nine years old woman who is not too much changed, just more aware of having made it, that she had earned a place on Olympus, some tattoos that underline this growth, a path perhaps more painful, more full of worries than she will ever be willing to admit. A woman so full of nuances, with a talent not only in tennis, but with also a human talent, scarred by a countless light breeze. Fourteen years later Svetlana Kuznetsova is still here, and perhaps it is time to admit that the Russian was a gift from the gods of tennis. Svetlana Kuznetsova, solo performer, a spark, a flash of light that breaks the darkness of a tennis no longer raped but graced, directed to some sort of suffused spell, an area that responds to a name only, beauty.

Traduction by Benedetta Ruggeri


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