SVEZIA: L’IMPERO ALLA FINE DELLA DECADENZA

Magnus Norman, ex numero 2 al mondo, prova ad analizzare il momento del tennis svedese; capace un tempo di regalare a questo sport talenti in serie, oggi in totale disfacimento
giovedì, 27 Dicembre 2012

Tennis. “Io sono l’impero alla fine della decadenza”. Con queste celebri parole Verlaine, nel 1883, rievocando l’Impero Romano nella sua fase più avanzata e decadente, esprime la consapevolezza di trovarsi in un’era di crisi e sfacelo. Questo verso, che diventerà l’emblema del Decadentismo, si confà perfettamente all’attuale stato del tennis svedese, sempre più lontano dai fasti d’un tempo. Perché c’è stata un’età aurea, i felicia tempora di un movimento tennistico che poteva annoverare tra le proprie fila campioni del calibro di Bjorn Borg, Mats Wilander e Stefan Edberg.

Il primo non ha nemmeno bisogno di presentazioni: capostipite di una generazione di fenomeni, immenso campione e icona pop; dominatore assoluto alla fine degli anni settanta, vanta uno score di 141-16 nei tornei del Grande Slam (record assoluto per il tennis maschile). Vincitore di 6 Roland Garros e 5 Wimbledon (consecutivi) e oltre 63 titoli Atp; il tutto condensato in una carriera brevissima. Ci sono stati poi Wilander, con i suoi 33 titoli (di cui 7 Slam), Edberg, raffinato artista della racchetta vincitore di 6 titoli dello Slam; e poi i vari Svensson, Nystrom, Pernfors, Sundstrom (lo ricorderete per aver fermato McEnroe nel suo anno di grazia, il 1984); fino ad arrivare ai giorni nostri, con Johansson, Norman e Soderling. Il tennista di Tibro è l’ultimo svedese ad aver raggiunto una finale Slam (ci arriva per due anni consecutivi, nel 2009 e nel 2010, sempre al Roland Garros) e Magnus Norman ne era l’allenatore in quel periodo. Il rapporto si è interrotto alla fine del 2010, anno di grazia per Robin, che arriva in finale a Parigi, raggiunge il suo best ranking di numero 4 del mondo e vince il Master 1000 di Bercy.

Oggi Norman, anch’egli finalista a Parigi nel 2000, porta avanti il suo progetto, la “Good to Great Tennis Academy”, con altri due ex tennisti svedesi, Nicklas Kulti, e Mikael Tillstrom. “Era il momento giusto”, spiega Norman. “Il tennis svedese è in caduta libera, non abbiamo nessun giocatore nella top 200, e questo è un vero peccato. Ci siamo detti ‘proviamo a fare qualcosa’. Così un anno e mezzo fa tutti noi abbiamo lasciato le nostre occupazioni e abbiamo iniziato quest’avventura” Nasce così l’accademia, con l’intento di fare qualcosa di concreto per un movimento in totale disfacimento. “Ovviamente vogliamo aiutare il tennis svedese a produrre nuovi campioni, ma per noi è altrettanto  importante che l’accademia sia un buon centro per tutti i paesi del Nord Europa”, spiega l’ex numero 2 al mondo a Tennis Recruiting Network. “La Svezia non ha mai avuto un’accademia privata prima d’ora, è qualcosa di nuovo. All’inizio qualcuno era scettico, ma ora siamo stati accettati e un sacco di ottimi giocatori stanno scegliendo la Good to Great come base per formarsi.”

Ma cosa c’è dietro il declino del tennis svedese? Quali ragioni hanno portato a cotale degrado? “Quando lavoravo con Robin (Soderling) ho fatto delle ricerche per conto mio. Ho intervistato molta gente – genitori, allenatori, giocatori, etc. – raccogliendo 150 pagine di materiale. Probabilmente ci sono diverse ragioni. È facile andare davanti ai media e dire che qualcosa non va, che la federazione sta facendo male e dare la colpa agli altri. Noi abbiamo voluto fare qualcosa di concreto, senza limitarci a dire che è tutto sbagliato. Credo che in questo momento abbiamo grandi possibilità di invertire la rotta. Abbiamo il numero 1 europeo Under 14, Mikael Ymer, e qualcosa si muove anche tra le donne; questo significa che stiamo iniziando a produrre qualche buon giocatore junior e che forse c’è un po’ di luce in fondo al tunnel.”

Forse però qualche colpa ce l’hanno anche quelli che dovrebbero essere i protagonisti del futuro, meno dediti al sacrificio  e privi della voglia necessaria per vincere e affermarsi ad alti livelli. “Questo è sicuramente vero. Un’altra verità però è che in Svezia non abbiamo abbastanza campi. E per formare un futuro giocatore da top 10, o anche da top 50, bisogna stare in campo parecchio e fare in modo che giochi il più possibile. Oltretutto qui abbiamo un inverno che dura qualcosa come 8 mesi l’anno e giocare indoor è molto più costoso. Così se oggi in Svezia un ragazzino di 14 anni vuole giocare tra le 6 e le 8 di sera, gli risulta praticamente impossibile. Ci vogliono più campi, ed è su questo che stiamo lavorando.” Una denuncia importante quella di Magnus Norman, che analizza in modo lucido quella che è la situazione del tennis svedese. Perché se è vero che di Borg ne nascono pochi, è altrettanto innegabile che il talento da solo non basta, bisogna saperlo coltivare e permettere a chi ne è dotato di poterlo esprimere con costanza. Se non ci sono basi solide tutto diventa più difficile, col serio rischio di perdere potenziali campioni per strada. E la Svezia ha voglia di ritrovarli, quei campioni, e di porre fine alla decadenza di quello che è stato un impero più che luminoso.


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