TRA PRIME E SECONDE GIOVINEZZE

TENNIS - Campionesse definite troppo frettolosamente “ex” che risorgono, giocatrici vicine alla trentina che dopo anni di paralisi tagliano traguardi inaspettati, mentre il “mare delle promesse” diviene il regno della discontinuità; dove in molte deludono, altrettante tentennano ed alcune afferrano risultati che fanno ben sperare.
domenica, 23 Giugno 2013

Tennis. La stagione 2013 è quasi giunta a metà strada e la sola certezza che spicca è come il circuito WTA abbia in Serena Williams una dominatrice indiscutibile e quasi invincibile. Sono poco più che briciole quelle che la numero uno del mondo ha concesso alle avversarie, capace di aggiudicarsi ben sei tornei e perdendo solo due incontri: ai quarti degli Australian Open dove è stata sopraffatta più da un duplice infortunio che non dalla connazionale Sloane Stephens, ed in finale a Doha dove, dopo aver riconquistato il trono, è stata sconfitta da Victoria Azarenka. Un muro si erge dietro a Serena Williams e un’altra barriera sembra separare Victoria Azarenka e Maria Sharapova da chi le segue. Una certa “piattezza” imperversa quindi nei piani nobili e non suscitano grandi emozioni nemmeno i movimenti più o meno fugaci delle più o meno comprimarie: da Agnieszka Radwanska che sembra faticare a ritrovare il bandolo della matassa, a Sara Errani che continua a sorprendere in positivo, a Na Li, Petra Kvitova e Sam Stosur altrettanto sorprendenti seppure quasi sempre in negativo, per arrivare ad Angelique Kerber e Caroline Wozniacki che cercano di rimanere attaccate con le unghie e con i denti a una classifica che pare sempre ad un passo dal respingerle nelle retrovie.

Eppur qualcosa si muove. Bisogna solo essere disposti a rivolgere lo sguardo là dove non tirano i “grandi venti”, bensì nell’afa delle trincee”, se mi permettete la metafora, là dove non di rado bisogna essere disposti a sporcarsi nel fango delle qualificazioni per tentare di avanzare, dove si combatte con metaforiche baionette anziché con “armi intelligenti”. Ecco, mettendosi in punta di piedi e allungando i muscoli del collo, si può notare come di “movida” ce ne sia parecchia e che spesso custodisce in se’ aspetti intrisi di un valore pari a quelli ridondanti di chi è accampato nell’Olimpo. Campionesse definite troppo frettolosamenteexche risorgono, giocatrici vicine alla trentina che dopo anni di paralisi tagliano traguardi inaspettati mentre il “mare delle promesse” diviene il regno della discontinuità per eccellenza dove in molte deludono, altrettante tentennano ed alcune afferrano risultati che fanno ben sperare.

Dopo aver posto fine la carriera di Kim Clijsters e sconfitto Na Li agli US Open 2012, molti attendevano la definitiva esplosione di Laura Robson. Nata a Melbourne nel 1994, cresciuta a Singapore per poi diventare cittadina britannica nel 2008; Laura per adessonon c’è”. La mancina ha raggiunto solo due terzi turni nell’arco dei primi sei mesi del 2013, conseguendo un miglioramento di appena 15 posizioni in classifica che la vede al 37esimo posto. Ancora più grama la stagione di Heather Watson, classe 1992, debilitata dalla mononucleosi ma forse, ancor di più da un’involuzione tecnica che per adesso l’ha lasciata con un pugno di mosche in mano e la retrocessione al 57esimo gradino del ranking. E che dire di Tamira Paszek? 23 anni, un misto di origini canadesi, tanzaniane e indiane che sul campo si traducono in una sola costante: picchiare tutto ciò che tocca. Giunta in finale a Wimbledon under 18 ad appena 14 anni, l’austriaca ha vinto il suo primo torneo WTA appena quindicenne. Da Portorose 2006 però la sua carriera è in balia del caos e quest’anno su 14 tornei disputati ha vinto la miseria di 2 partite. Ancora troppo acerba si sta dimostrando la diciottenne aussie Ashleigh Barty, mentre zoppicano Elina Svitolina, Daria Gavrilova e l’intemperante Yulia Putintseva.

Non si sa bene cosa aspettarsi dalla ventiduenne slovena Polona Hercog, che per ora dà il meglio di se’ solo quando si presenta sulla terra battuta di Bastad dove ha vinto sia nel 2011 che nel 2012; dalla svizzera Stephanie Voegele che se si esclude lo “stato di graziadi Charleston ha vinto poco e perso tanto, e dalla ventenne francese Kristina Mladenovic, attualmente numero 39 del mondo, capace di tre soli acuti al torneo indoor di Parigi dove ha battuto Julia Goerges, Yanina Wickmayer e Petra Kvitova prima di arrendersi a Mona Barthel. Ed è proprio la tedesca uno dei punti interrogativi per i mesi a venire. La Barthel ha iniziato l’annata alla grande raggiungendo la semifinale ad Aukland, la finale ad Hobart e trionfando sul cemento di Parigi, per poi spegnersi a poco a poco. Molti gli interrogativi anche su Ajla Tomljanovic, ventenne croata formatasi alla Chris Evert Accademy che alterna ottime affermazioni nel circuito minore a dubbie prestazioni in quello maggiore. Stessa cosa dicasi per Bojana Jovanovski, nata a Belgrado nel 1991, volenterosa ma nelle cui corde forse manca quel minimo di estro capace di farle fare il decisivo salto di qualità.

Non mancano i numeri a Madison Keys, diciottenne statunitense entrata a gennaio nelle prime 100 del mondo ed ora 53esima, in grado di stringere successi pregevoli su Lucie Safarova, Tamira Paszek e Na Li ma spesso “desaparecida” quando arriva “al dunque”. Molto più concreta è certamente la diciassettenne croata Donna Vekic già vittoriosa in tre tornei ITF e che a Birmingham ha raggiunto la finale. In molti hanno gridato alla nascita di una nuova stella ma razionalizzare non sarebbe una cattiva idea: per quanto la croata sia un’interessante “primizia” non bisogna dimenticare che alla sua età le vere baby prodigio avevano già scritto il loro nome degli albi d’oro degli Slam. Molto più promessa nel 2008 quando raggiunse la finale agli Internazionali d’Italia che non quest’anno quando ha vinto da 23enne a Strasburgo, è Alize Cornet, che pur essendosi riaffacciata tra le top 30, stenta a fare la voce grossa con le migliori. Pur essendo numero 22 del ranking è finora senza infamia e senza lode il 2013 di Sorana Cirstea: la rumena si limita a vincere con chi deve vincere ed a perdere con chi deve perdere. Chi si avvicenda tra prove egregie ed altre bieche è la pupilla di Martina Hingis, la russa Anastasia Pavlyuchenkova. Finalista a Brisbane e vincitrice sia a Monterrey che ad Estoril; la Pavlychenkova fa e disfa con una facilità disarmante, ma per lo meno il ranking l’ha promossa a numero 21 del mondo. Affidabilissima pare essere diventata Simona Halep. Dall’essere considerata una promessa capace di aggiudicarsi il Trofeo Bonfiglio e il Roland Garros juniores, da un po’ di tempo a sta parte la non ancora ventiduenne rumena veniva semplicemente ricordata come “quella che si è fatta ridurre il seno”. Questo fino al torneo di Roma. I quarti raggiunti nella Capitale italiana, hanno fatto da battistrada a due titoli consecutivi: prima sulla terra di Norimberga, poi sull’erba di ‘S-Hertogenbosch.

Da alcuni mesi su internet circola un’immagine che ritrae una bambina di 7 anni insieme a una ragazzina di 14. Facilmente riconoscibile è Maria Sharapova, un po’ più anonima risulta essere la piccola Eugenie Bouchard. La foto ha monopolizzato il web in occasione del loro primo confronto, avvenuto questo marzo a Miammi e vinto dalla russa per 6-2 6-0. In previsione della seconda sfida, disputata al Roland Garros gli internauti hanno ripreso ad appiccicare a destra e a manca l’ormai celebre scatto. Gli sponsor le affiancano nelle campagne pubblicitarie e premono affinché il mondo del tennis intraveda un filo che le unisce. Non è un’impresa facile: la Sharapova ha ventisei anni, la Bouchard diciannove. All’età di “Genie”, Masha era già stata numero uno del mondo, aveva vinto una quindicina di tornei tra cui Wimbledon, il Master, gli US Open ed Indian Wells. Per adesso la Bouchard è la numero 67 del mondo e quanto a tornei, è ancora a secco. Dannati numeri che non mentono mai suggellando l’abisso che separa la Bouchard non solo dalla Sharapova ma anche dal vertice.

Restiamo in tema di promesse, capaci però di generare un certo eco che va oltre all’aspetto fisico. Nata il 20 marzo del 1993 a Plantetion, una contea della Florida, Sloane Stephens cela nelle sue radici un sibilo di quell’America nera, tragica e crudele urlata da William Faulkner nei suoi romanzi. Il naufragio del matrimonio tra suoi genitori coincide con la fine di ogni rapporto tra Sloane e John Stephens, ex giocatore di football americano, stella dei New England Patriots; un campione fallito, schiavo dell’alcol, arrestato con l’accusa di stupro, che sconta la pena e si dilegua in Louisiana. E’ Sybil Smith, la madre saggia e coraggiosa come le mitologiche figure femminili di ‘Assalonne, Assalonne’; a seguire Sloane nella sua crescita di persona e di tennista, disciplina che inizia a praticare a nove anni con risultati sorprendenti tanto che già tredicenne primeggia tra le juniores. Finché riceve una telefonata del padre, un uomo ormai finito dai rimorsi e da una malattia degenerativa alle ossa. Ma come in ogni saga oscura il dolore è un vampiro mai sazio e due anni dopo non è il tumore a strapparle il padre, bensì un incidente stradale. Piange per un’ora Sloane, dopo di che va in campo ad allenarsi. La vittoria su Serena Williams e la semifinale raggiunta questo gennaio agli Australian Open è il risultato più eclatante del curriculum di Sloane. Ora 17esima nel ranking, dopo Melbourne si è rivelata ancora troppo fragile e incostante per confermarsi una fissa rivale delle top 3; ma tra le ventenni è probabilmente quella più vicina alle grandi.

Recente finalista ad Eastbourne, questo primo semestre ha fatto decollare la ventitreenne Jamie Hampton. Figlia di un ufficiale dell’esercito statunitense, così come John McEnroe, Jamie nasce in Germania, a Francoforte. Cresce però negli USA, prima a Enterprise poi a Aubum e sin da ragazzina gioca un gran bel tennis, problemi fisici permettendo. Il polso destro la perseguita infatti a partire dai 15 anni, impedendole di vincere tutto quello che avrebbe certamente vinto a livello juniores, nonché di svezzarsi tra le pro, fino a costringerla  a un intervento chirurgico appena diciannovenne. Sistemato il carpo si sfila però la schiena. A Jamie occorrono anni per trovare il giusto compromesso con il suo “scheletro”, per non sovraccaricarlo, ed ancora più tempo le serve per raggiungere un equilibrio con il suo tennis versatile. Anno scorso batte Jelena Jankovic ad Indian Wells ma pur azzeccando qualche partita buona, si fa quasi sempre mettere i piedi in testa. Quest’anno però qualche frutto lo inizia a raccogliere: una semifinale ad Aukland, un terzo turno agli Australian Open in cui trascina al set decisivo Victoria Azarenka, un’altra semifinale a Brussels ed al Roland Garros batte Safarova e Kvitova. A colpire è principalmente il suo tennis “estemporaneo” da apparire quasi fuori luogo in questo circuito moderno. Una giocatrice a tutto campo nel cui cilindro pungolano svariate soluzioni spesso non proprio azzeccate, ma sempre imprevedibili e spettacolari, uno spiraglio di sole in cui confidare.

Nella frenesia di un circuito che non ammette passi falsi, Svetlana Kuznetsova, ex numero due del mondo, trionfatrice agli US Open nel 2004 ed al Roland Garros nel 2009, 13 titoli WTA, 4 Federation Cup, si è guadagnata la stima, il rispetto, delle “sue pari ammesse nella aurea aetas”. Tra mille e più incidenti di percorso, Svetlana Kuznetsova è stata una numero uno anche senza la conferma del computer. Una numero uno come talento, come personalità, come tennis. Dopo l’ennesimo infortunio tutti la davano per finita. Dopo la sconfitta subita per mano di Sara Errani al Roland Garros 2012 la puntina del giradischi si era già abbassata affinché le note del Requiem si diffondessero. Il talento però è un dono imponderabile. E’ risalita Svetlana Kuznetsova; ce ne eravamo accorti agli Australian Open, ne abbiamo avuto la conferma al Roland Garros. Su un binario parallelo risale la china anche una ex numero incontestabile, seppure senza Slam: Jelena Jankovic. La serba è andata fino a Bogotà per riprendere dimestichezza con la vittoria e se in semifinale a Miami la Sharapova le ha lasciato le briciole, a Charleston Jelena ha centrato il suo cinquecentesimo successo oltre alla finale, persa al terzo set contro Serena Williams. I quarti agguantati a Roma ed al Roland Garros l’hanno sospinta sul 16esimo gradino del ranking e, andando incontro alla stagione sul cemento americano, forse il bello deve ancora venire. E’ decisa a non mollare la presa anche Daniela Hantuchova. La splendida slovacca, un po’ in difficoltà ad inizio anno si è riscattata sia a Madrid, dove ha battuto Stephens e Kvitova, che soprattutto sull’erba di Birmingham dove ha conquistato il suo sesto titolo in carriera. Si registrano “segnali di vita” anche da parte della campionessa del Roland Garros 2010, Francesca Schiavone. Dopo tante porte sbattute in faccia l’azzurra vince a Marrakech senza patemi per poi illuderci un po’ ai French Open prima di esser spazzata via da Victoria Azarenka. La speranza è che gli Dei del tennis siano clementi con queste signore, con Svetlana, Jelena, Daniela e Francesca; perché il tennis avrebbe ancora tanto bisogno di loro.

Ci sono poi quelle tenniste dai ventisei anni alla trentina da cui difficilmente ti saresti aspettato un exploit, un ritorno di prepotenza, o una regolarità  tale da permetterle di toccare tetti che sembravano a loro preclusi. Per restare in zona tricolore, come non applaudire Roberta Vinci, giunta ad un passo della top ten? Decimo gradino che ha già toccato Maria Kirilenko che durante questo 2013 ha mantenuto una costanza di rendimento ammirevole. “Robe da Matte-k” le ha combinate Bethanie Mattek-Sands, sempre pronta a provocar scompiglio: da Charleston dove concede due game a Sloane Stephens, a Stoccarda quando sbatte fuori Sara Errani, ai French Open dove elimina Na Li. Indubbiamente graditissima la ripresa della perennemente infortunata Andrea Petkovic, finalista a Norimberga e riaccolta tra le top 100. Dopo essersi laureata campionessa del mondo under 18 ed aver vinto sia a Wimbledon che gli Us Open 18, per diversi anni Kirsten Flipkens più che una professionista sembrava la ‘mascotte’ di Kim Clijsters e Justine Henin. Una carriera che pareva compromessa quella della belga e che, dopo aver sfiorato il dramma a causa di un’embolia, pareva proprio essere giunta al capolinea. Invece nella mente di Kirsten è scattato qualcosa: ha fatto pulizia intorno a se’ risparmiando Kim sola e, tornata nel circuito, è subito apparsa una persona diversa, più determinata. I risultati non si sono fatti attendere ed ora è la numero 20 del mondo.

Per una Ekaterina Makarova che si conferma la solita mina vagante, capace di battere Victoria Azarenka quanto di perdere contro Michelle Larcher De Brito; si fa largo la splendida Elena Vesnina. Ventisette anni e una carriera offuscata dalle colleghe russe: dalla Sharapova ad Elena Dementieva, dalla Kuznetsova alla Petrova ad Anna Chakvetadze; tutte svettano tranne lei. Ma non solo, Elena perde quattro volte su quattro anche contro la Kirilenko, nel luglio del 2010 sul cemento di Istanbul la Pavlyuchenkova le soffia il titolo e nel settembre dello stesso anno a Tashkent si fa sorprendere da Alla Kudrjavceva. E dire che alla Vesnina i numeri non sono mai mancati: ottimi fondamentali, pregevole a rete, eccellente nel gioco di gambe, imprevedibile in alcune scelte tattiche. Ed è forse proprio quest’ultimo aspetto ad averla privata dei successi che avrebbe meritato. Poi nel 2013 qualcosa “gira”; a gennaio conquista il primo titolo WTA a Hobart, a marzo insieme ad Ekaterina Makarova regala la finale di Fed Cup alla Russia, mentre a giugno sempre insieme alla compagna di doppio trionfa al Roland Garros. Ieri, dopo undici anni di dignitosa carriera, ha vinto il suo secondo titolo stagionale ed assoluto ad Eastbourne. E’ proprio il caso di dirlo, a volte il tennis getta la maschera che lo rende la disciplina più ingrata e crudele e dona un po’ di gloria anche a chi non nasce eletto, ma lotta con tenacia e passione.


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