VENI, VIDI, VINCI

Roberta Vinci festeggia i 33 anni con l'ingresso in top-10. Nessuna era riuscita così tardi in questa impresa. E' la quarta italiana dopo Schiavone, Pennetta e Errani.
giovedì, 18 Febbraio 2016

TENNIS – Come una distrazione, come un’anomalia, come un dovere. Roberta Vinci si regala a 33 anni un posto fra le prime 10 tenniste del mondo. Si regala il sogno di una vita e, con Flavia Pennetta ancora compresa nel ranking, l’Italia avrà due top-10 la prossima settimana. Era già successo per qualche settimana tra giugno e luglio del 2010, con Flavia superata da Francesca Schiavone fresca di trionfo al Roland Garros.

Vinci, che era stata al massimo numero 11 dal 10 giugno al 4 agosto e poi dal 7 al 21 ottobre del 2013, è la 117esima tennista ad entrare in top-10, la quarta italiana a riuscirci. Ha iniziato Flavia Pennetta il 17 agosto 2009, poi sono arrivate Francesca Schiavone dopo l’impresa Parigina e Sara Errani due giorni dopo la finale alla Porte d’Auteuil. Mai nessuna tennista, però, era entrata per la prima volta nell’elite del tennis mondiale a 33 anni. Nella prima edizione del ranking computerizzato, stilato dalla Wta il 3 novembre 1975, sottolinea Luca Marianantoni, “c’erano due tenniste più anziane di Roberta; Nancy Richey che aveva 33 anni e 2 mesi e Margaret Smith Court che aveva 33 anni e 3 mesi. Ma entrambe erano state classificate top 10 quando ancora il computer non esisteva”.

È un sogno ricominciato una sera di fine estate, a New York. L’inversione della logica a New York, nella Grande Mela della ricerca della felicità, ha un’immagine iconica, una sintesi plastica. È l’abbraccio di Roberta Vinci a Serena Williams. Ha danzato come una farfalla e punto come un’ape, la tarantina che la sua felicità se la prende a 32 anni, che fa innamorare il cuore degli americani che si aspettavano un altro appuntamento con la storia, e si ritrovano a parteggiare per un sorriso che conquista, ad applaudire i ricami di Robertina, piccola grande artista che dipinge con in mano una racchetta.

Si è affacciata sull’attico del tennis, si è affacciata sulla skyline un po’ sdentata di Manhattan con due certezze: non conosce i miracoli, ma li sa fare, e la vertigine è solo voglia di volare. Voglia di uscire da una vocazione di doppista che negli anni dei trionfi con l’amica Sara Errani l’ha portata a scrivere pezzi di storia del nostro tennis. La prima coppia tutta italiana a vincere uno Slam di doppio femminile, prima coppia italiana a completare il Career Grand Slam e a salire al numero 1 del mondo, è scoppiata per una frattura di sentimenti, per questo tanto più dolorosa e comunqueavviata a una qualche forma di ricomposizione.

“Papà non so neanche come ho fatto a vincere” ha scritto a Angelo,nomen omen, dopo la semifinale. Nessuna telefonata tra i due, perché la scaramanzia di famiglia è rigida, un cerimoniale rispettato soprattutto se le cose vanno bene. E a New York, sono andate oltre ogni aspettativa: per i media americani, quella di Serena è la sconfitta del secolo, e c’è meno retorica iperbolica di altre simili occasioni.

È stato un trionfo di emozioni e di amicizia, il punto di arrivo e ripartenza di un lavoro iniziato negli anni Novanta con Michelangelo Dell’Edera, ora direttore dell’Istituto Superiore di Formazione Ronberto Lombardi, allora tecnico regionale. È Angelo che porta la piccola Roberta, che allora ha otto anni, al centro tecnico di Galatina. Sa già fare tutto, ha grandi qualità di coordinazione e gestisce la racchetta con facilità. Non è un caso che da junior vinca praticamente tutto. Dopo quattro anni Franco Costantino, consigliere nazionale, responsabile del settore femminile, la vede e la convoca al centro tecnico dell’Acqua Acetosa di Roma, diretto da Claudio Galoppini e Vittorio Magnelli, che poi sposerà Sandrine Testud. È la prima volta che al centro arriva una ragazzina che deve ancora fare la terza media.

Per tre anni, la sua compagna di camera sarà proprio Flavia Pennetta. E ci sarà Sandrine Testud al suo fianco ai quarti di finale dello Us Open 2001, nel giorno in cui disse no a Martina Navratilova. Vinci piazza la volée della vittoria, Martina sbatte la racchetta a terra poi le chiede di giocare il doppio con lei. Ma Robertina rifiuta, si trova bene con la francese e non vuole cambiare. Semplice, sincera, ha sempre vissuto così il tennis, senza troppe sovrastrutture.

Una storia, e una geografia, che a leggerle oggi, col grandangolo della dietrologia, si ritrovano già scritte e preparate in un vecchio match di Coppa delle Regioni, contro la rappresentativa dell’Umbria. Di fronte c’è una ragazza di nome Cribellati, una ragazzona possente che ricorda un po’ Serena Williams. Roby ne soffre la fisicità e perde il primo set. Dell’Edera si affaccia in campo. “Ti stai divertendo?” le chiede, e la risposta non può che essere negativa. “E cosa vorresti fare per divertirti?”. “Battere e scendere a rete” gli dice. Allora la esorta a fare quel che le piace, perché il suo tennis è divertimento. I due set successivi durano in tutto 40 minuti.

Una piccola campionessa che sfida una piccola Serena Williams, che batte, scende a rete e vince col sorriso di chi si diverte. Non è un’immagine così lontana dall’ultimo game di Flushing Meadows contro Serena, e dal secondo fotogramma classico di quella partita, Roberta che a braccia alzate dice al pubblico: “Adesso applaudite anche me”.

E dove si giocava quel match di Coppa delle Regioni? A Palermo, dove Roberta si è trasferita con coach Cinà, che ha avuto il merito di restituire voglia, motivazioni, convinzioni e la fiducia in un percorso condiviso a una giocatrice che sembrava aver già detto tutto e invece conservava ancora il suo pezzo migliore, il suo ultimo, prezioso, tentativo riuscito di stupire. Il suo rifugio, la seconda casa che l’ha omaggiata con la cittadinanza onoraria. Quella sua Palermo che ruota fra Mondello e il Country, dove le hanno costruito apposta un campo in cemento, il secondo di tutta la città, e le hanno consegnato, insieme a Cinà, la tessera di socia onoraria. Palermo che Roberta ha onorato in tanti modi, compreso il pellegrinaggio al Santuario di Santa Rosalia dopo il titolo di doppio a Wimbledon in coppia con Sara Errani.

Dopo la finale di New York e l’ingresso in top-10, il messaggio di Roberta arriva forte e chiaro: non smettiamo di credere ai nostri sogni.


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