VERSO GLI US OPEN: CHI FERMERA’ SERENA WILLIAMS?

A 16 anni dal suo primo major, Serena Williams insegue il sogno del Grande Slam e i 22 titoli di Steffi Graf. Le avversarie, però, saranno ancora più agguerrite: tutte sanno che una vittoria le farebbe entrare nella storia. Chi la può fermare? Vika Azarenka? Petra Kvitova? Garbine Muguruza? O un'outsider come Madison Keys?
martedì, 14 Luglio 2015

TENNIS – A sedici anni dal suo primo titolo dello Slam, Serena Williams si prepara al più difficile dei suoi 61 major. Le mancano sette vittorie per entrare nella storia, per raggiungere i 22 Slam di Steffi Graf e diventare la prima, 27 anni dopo Fraulein Forehand, a completare il Grand Slam. Ma ha davanti sette ostacoli, sette avversarie che sanno di potersi prendere un piccolo posto nella storia del tennis con una sola vittoria. “Ho affrontato Steffi un paio di volte” ha commentato Serena dopo la vittoria a Wimbledon, “è stato uno dei momenti migliori della mia carriera”.

Il secondo “Serena Slam”, il trionfo nei quattro major di fila a cavallo di due stagioni, che le era già riuscito tra il Roland Garros 2002 e l’Australian Open 2003, proietta la numero 1 del mondo, prima giocatrice già qualificata per i WTA Championships, con suggestioni e motivazioni irripetibili verso Flushing Meadows, dove ha vinto 27 delle 28 partite giocate negli ultimi cinque anni. Vincere i quattro Slam nello stesso anno, ha rivelato la numero 1 del mondo, “è stato sempre uno dei miei obiettivi. Ma col tempo si è trasformato più in un sogno lontano, perché non sono mai arrivata così vicina dal realizzarlo come quest’anno”. La pressione, ammette anche Patrick Mouratoglou, “sarà enorme, pazzesca. Ma cerchiamo di non guardare la vetta della montagna, faremo un passo alla volta”.

Eppure Serena, la più anziana vincitrice di uno Slam di sempre, continua a dichiarare di non sentirsi invincibile in campo. “Ogni volta che scendo in campo sono vulnerabile. Per questo devo essere fisicamente preparatissima. Dubbi e paure adesso non sono un buon segno per me”. Anche Garbine Muguruza, però, ha avuto la sua illuminazione, la sua rivelazione, in finale a Wimbledon. “Ho capito che anche Serena è nervosa, anche se ha giocato non so quante finali. Ma anche quando si sente così, riesce comunque a trovare la maniera di servire ace e tirare vincenti. Ecco perché è la numero 1”.

La spagnola, che ha già dimostrato, sul Suzanne Lenglen, come si può fare a neutralizzare Serena nella maniera più netta e spettacolare possibile, è uno dei primi nomi nell’elenco delle giocatrici che potrebbero fermare la sua corsa verso la gloria, verso la storia. Con 13 vittorie in 19 partite, la spagnola è al decimo posto per numero di vittorie sul duro. Serena, imbattuta su questa superficie (17-0), si può fermare contrastandone la potenza da fondo, riuscendo a non subire il suo gioco nel corso dello scambio, impresa certo non facile ma comunque possibile per chi possiede colpi pesanti e la fiducia necessaria per non tremare di fronte a una delle più grandi giocatrici di tutti i tempi.

Nessuna, comunque, riesce a entrare nella testa, sotto la pelle, di Serena Williams come Vika Azarenka. Nessuna come lei riesce a dare l’impressione di poterla battere anche quando Serena è in giornata, anche senza aiuti e regali. Le due finali a New York del 2012 e 2013, le migliori nella storia recente del torneo, decise da brevi fotogrammi, momenti, da poche situazioni, hanno preparato il terreno emotivo della più intensa rivalità del circuito WTA. Una di quelle rivalità in cui ognuna tira fuori il meglio dell’avversaria. Contro Serena, quest’anno a Madrid, Vika ha giocato la sua miglior partita da quando è rientrata dall’infortunio. E il “b**ch!!” che Serena le ha urlato contro in mondovisione a Wimbledon testimonia una opposizione di stili e di caratteri che va ben al di là delle questioni squisitamente tecniche.

Una contrapposizione che ha soppiantato quella con Maria Sharapova, la rivalità che avrebbe potuto essere e non è stata. Perché per essere considerata tale, la siberiana ogni tanto dovrebbe anche vincere. Ma ormai non le riesce dal 2004, e la sofferenza psicologica si unisce a una debolezza tecnica e tattica, all’incapacità di far evolvere il suo gioco. E il tennis monocorde non può più essere la risposta contro una campionessa come Serena, la giocatrice che meglio di chiunque altra ha saputo trasformare il suo gioco perché seguisse i cambiamenti del suo fisico e dello spirito dei tempi.

Le insidie potrebbero arrivare, e non è una novità, da Petra Kvitova, cui sembra diventato impossibile chiedere continuità di rendimento nel medio-lungo periodo, ma che nelle grandi occasioni, sui grandi palcoscenici, ha già dimostrato di saper essere all’altezza della situazione.

La semifinale di Miami dello scorso aprile racconta come le geometrie raffinate e rifinite di Simona Halep possono contrastare Serena anche sugli hard-courts. Certo la rumena, che ha ottenuto il maggior numero di vittorie stagionali su questa superficie (24 in 27 partite), non batte una top-10 dalla semifinale di Dubai contro Caroline Wozniacki, ma se la strada del suo sogno americano dovesse incontrare il percorso di Serena verso l’immortalità tennistica, l’esito non sarebbe così scontato.

Infine, c’è il rischio di un outsider in giornata di grazia, di un avversaria capace di un picco di prestazione nel giorno singolo, come Sabine Lisicki, Timea Bacsinszky, che col suo passato vede il tennis in tale prospettiva da non avvertire la pressione, il tremore della grande sfida. O di Madison Keys, che a Wimbledon ha sfoderato un vincente ogni quattro colpi, una percentuale altissima, la stessa proprio di Serena Williams.

In ogni caso, comunque dovesse finire a New York, resta la storia di una campionessa rispettata ma ancora non del tutto amata. “La sua è una storia incredibile” ha detto l’amico Andy Roddick, che la conosce da sempre, e da ragazzino avrebbe perso un set 6-0 contro Serena che ancora sbandiera orgogliosa quella piccola grande vittoria. “La storia insegna che se vinci abbastanza, il pubblico poi ti viene dietro. Lei mi pare abbia vinto abbastanza. Spero che la gente non apra gli occhi quando sarà tardi, quando avrà lasciato il tennis”.


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