I TORMENTI DI VIKA

E’ una delle migliori atlete sul circuito, Victoria Azarenka, ma deve fare in fretta se vuole trasformarsi definitivamente nella bella farfalla che mira a diventare: troppe chances, nel passato, si stanno accumulando a formare un macigno che potrebbe impedirle di volare in futuro
sabato, 24 Dicembre 2011

La stagione 2011 si è chiusa con una finale Master che, ben più di quanto non recitasse la classifica nelle prime due posizioni, esibiva le tenniste più costanti nell’arco dell’intera annata. Da una parte Petra Kvitova, al primo titolo Slam e ad un solo passo dalla prima posizione del ranking, dall’altra Victoria Azarenka, che invece, ancora una volta, ha mostrato sensibili miglioramenti, non ancora sufficienti per togliersi di dosso quella fastidiosa etichetta di “perdente” nei grandi appuntamenti.
Se escludessimo infatti i due titoli colti a Miami, di cui il secondo proprio nella stagione appena terminata, la 22enne bielorussa vanta un curriculum ben nutrito di bocciature quando l’occasione sembra finalmente bussare alla sua porta. Non solo per colpa sua, c’è da aggiungere, soprattutto nelle competizioni Slam 2011, dove ha sempre pagato dazio contro giocatrici quantomeno qualificatesi per la finale, ma nello sport, quando si accumulano in serie esperienze negative, c’è il rischio che si crei un substrato psicologico atto a renderti quasi inerme nei momenti che contano. La storia dell’atleta bielorussa, da quando, nel 2009, è divenuta a tutti gli effetti una delle big WTA, è ricca di partite da vincere poi perse – in maniera particolare contro Serena Williams in Australia – ma anche di ritiri, altro vero cruccio della sua attività.
Solo quest’anno se ne sono contati 5, in linea con quanto si evince dalle precedenti annate, per problemi di vario genere, dalla caviglia, al polso, per tornare al piede, o per semplice stanchezza accumulata: proprio per prevenire quest’ultimo problema Azarenka ha optato per evitare di disputare le competizioni di doppio, dove era diventata una leader del settore, quantomeno nelle manifestazioni Slam ed in altre occasioni di un certo valore: ironia della sorte, al momento dell’acclamazione dei WTA Awards 2011, la bielorussa, in coppia con Maria Kirilenko, si è aggiudicata la “statuetta” per la coppia di doppio più amata dal pubblico.
Vika, però, ambisce ad altro: dopo lo sfortunato U.S. Open – a cui si era presentata in forma strepitosa – in cui ha pagato dazio nel migliore match del torneo alla rientrante Serena Williams, la bielorussa ha fatto la sua prima comparsa nella top 3 della graduatoria assoluta, posizione che tuttora ricopre, anche grazie agli altri due successi, per quanto in tornei minori, che hanno allietato la stagione: Marbella e Luxembourg. Quello che le manca, neanche a dirlo, è mantenere alto il proprio livello di gioco per far sì che, come detto, quando si concretizzano le occasioni che possono far girare una carriera lei sia al top, non solo fisicamente, ma anche di testa.
Quest’anno, in Australia, ha ceduto il passo ad una scatenata Na Li, molto più in forma della ragazza di Minsk in quel periodo della stagione, ma quando le due si sono trovate nuovamente di fronte a Parigi, in molti sentenziavano come da quel quarto di finale potesse uscire la favorita per il titolo: e Victoria, dopo aver sciupato un vantaggio nella prima frazione, si è lasciata sorprendere dalla cinese poi campionessa assoluta. A Londra Azarenka si è ben comportata, ma più che togliere un set nella prima semifinale Slam della vita alla ceca Kvitova non ha potuto – stesso epilogo della finale Masters – mentre a New York, come detto, un sorteggio beffardo le ha impedito di vedere la seconda settimana, contro una Serena al miglior incontro dell’intera kermesse e autrice di una prestazione ben diversa da quella mostrata nella finale di 8 giorni dopo contro Sam Stosur. Solo nel rileggere queste righe si comprende quanto ad un passo sia una sua possibile esplosione: e stiamo comunque parlando della terza tennista sul globo.

Vittima anche di attacchi di ansia che in passato le sono costati un grandissimo spavento fatto vivere ai tifosi e non solo (U.S Open 2010, contro Gisela Dulko), Victoria dovrà mettersi nelle condizioni per consentire al suo bagaglio tecnico tanto moderno quanto efficace di diventare lo strumento utile a farle superare quei traguardi che ogni campione mira a raggiungere. In primis, quindi, ci sarà da conquistare un torneo Slam: il 2012 deve essere l’anno buono, perché un’altra annata come questa, dove a vincere sono state per la maggior parte Carneadi, che le sono sfrecciate al fianco pur vantando, almeno ad inizio anno, meno velleità di lei in quest’ambito, potrebbe lasciare un’impronta veramente negativa sulla sua psiche. Già quest’anno ha dimostrato di avere picchi di tennis elevatissimi e se nessun acciacco la tormenta – da valutare se si tratti di problemi cronici oppure se è possibile prevenirli con una diversa preparazione fisica – pure la tenuta sul campo è da top-players. L’unica cosa che, abbiamo imparato, deve evitare è farsi prendere dall’ansia quando comprende che può essere la volta buona. Quando il suo canovaccio di gioco prende una brutta piega e la si vede sparare pallate, nel suo stile, ma senza alcun costrutto. Se saprà migliorare sotto l’aspetto psicologico, e se i rientri in pianta stabile della giovane Williams e della Clijsters non saranno dei ritorni al passato, può essere davvero l’unica in grado di contrastare il dominio di Petra Kvitova.
A Victoria Azarenka, profondamente, glielo auguriamo: è un personaggio positivo di questo circuito, una ragazza cresciuta nel nulla in una città dell’Est non particolarmente felice, che è venuta fuori anche grazie all’intervento economico di un suo connazionale sportivo (l’hockeysta Khabibulin) e che da Scottsdale, Arizona, ha iniziato la sua rincorsa al trono del mondo. Mancano due gradini, ma non pensarci troppo, Vika.


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