VINCI, IL SOGNO TOP TEN È SOLO RIMANDATO

TENNIS – Le vittorie a Katowice e Palermo, i quarti allo Us Open, la vittoria in Fed Cup. E quel best ranking, numero 11, che lascia l’amaro in bocca.
martedì, 24 Dicembre 2013

Tennis. Non si sbaglia se si sostiene che il tennis italiano nell’ultimo decennio si è colorato soprattutto di rosa. Sono state le ragazze a dare vita a un movimento che, prima dei successi delle pioniere Reggi, Golarsa, Cecchini e poi Farina, Grande e Serra Zanetti non aveva prodotto grandi risultati. La generazione successiva ha saputo raccogliere i frutti di un duro lavoro, portando a compimento il volo iniziato negli anni precedenti. L’album di famiglia è pieno di ricordi felici: la vittoria al Roland Garros di Francesca Schiavone, poi la finale persa (non senza qualche rimpianto) e il raggiungimento del numero 4 in classifica; la finale all’Open di Francia raggiunta anche dalla piccola grande Sara Errani, prima italiana a chiudere per due anni consecutivi all’interno delle prime dieci; lo storico ingresso nelle top ten di Flavia Pennetta, rinata grazie alla semifinale conquistata nell’ultima edizione dello Us Open. E quattro Fed Cup alzate al cielo, anche grazie al talento di Roberta Vinci.

L’ascesa della tarantina parte da lontano. Nel 2006 chiude l’anno oltre la centesima posizione, toccando il punto più basso da quando era entrata tra le prime 50 della classifica. È proprio in quel preciso istante che dentro di lei deve essere scattato qualcosa, una molla che la porterà a migliorarsi costantemente, anno dopo anno, completando il suo repertorio tennistico che della varierà ha fatto sempre l’arma vincente. La tarantina, professionista dal 1999, ha probabilmente beneficiato dell’ombra protettiva di Francesca Schiavone e Flavia Pennetta che hanno calamitato su di loro tutte le attenzioni mediatiche permettendo a Robertina di potersi esprimere con meno pressione sulle spalle. Protagonista in Fed Cup, imbattibile in doppio, la Vinci nei tornei importanti stentava a trovare continuità. L’approdo tra le prime dieci della Pennetta, le vittorie parigine della Schiavone, le hanno tolto la visibilità che meritava. Lei ha continuato a lavorare, aspettando che il suo momento giungesse. E gli ultimi tre anni assomigliano molto a una favola che diventa realtà: nel 2011 Roberta ha alzato tre trofei e si è avvicinata alle prime 20, l’anno successivo è entrata nell’esclusivo club delle top 15 e ha centrato anche il primo quarto di finale Slam a New York (senza dimenticare la vittoria nel torneo di Dallas), quest’anno ha arricchito ulteriormente la sua bacheca portando a nove il numero di trofei conquistati nel tour e ha sfiorato l’approdo nella top ten.

La tarantina ha trionfato a Katowice, battendo l’allora numero 8 del mondo Petra Kvitova in una finale dominata, e tre mesi più tardi si è aggiudicata il torneo di Palermo, superando in finale l’amica del cuore Sara Errani (con la quale nel 2013 ha vinto in doppio Australian Open, Parigi e Doha, perdendo in finale a Roma e al Roland Garros). I quarti di finale raggiunti a New York nel 2012 non sono stati affatto casuali; Robertina, infatti, ha bissato l’exploit quest’anno, arrendendosi, dopo aver battuto Knapp e Giorgi, proprio contro Flavia Pennetta, risorta dopo un lungo periodo nero. Negli altri Slam la parola d’ordine è stata costanza: quarto turno a Wimbledon (battuta dalla Na Li) e al Roland Garros (sconfitta dall’invincibile Serena Williams, vera dominatrice del circuito) e terzo turno all’Australian Open (superata dalla Vesnina, con qualche rimpianto). Non si contano i piazzamenti di prestigio: semifinale a Dubai, quarti a Sydney, Miami, Bruxelles, Carlsbad, Cincinnati e Mosca.

La finale di Fed Cup merita un capitolo a parte. La Vinci è scesa in campo titolare e strafavorita contro l’outsider russa Alexandra Panova, numero 136 del mondo. Sulla carta non doveva esserci partita. Ma la tarantina ha avvertito la pressione, accusando il peso di dover vincere per forza. Tradita dall’emotività, è arrivata a un passo dal baratro. Sul 7-5 5-2 in favore della sua avversaria è risorta, annullando una serie di match point con bravura e fortuna. Ha ribaltato le sorti dell’incontro facendo suo il secondo set e involandosi nel terzo ma sul più bello ha subito il ritorno della Panova che, colta da tremori nel momento decisivo e liberatasi dall’apprensione, ha lasciato andare i colpi trovando spesso il campo. In una battaglia di nervi che ha reso l’incontro uno psicodramma, l’azzurra ne è uscita vincitrice grazie a una maggiore abitudine a disputare partite di una certa importanza. C’è anche, anzi soprattutto, il suo marchio sulla quarta Fed Cup di casa Italia. 

In mezzo a tante gioie, un dolore: il mancato approdo nelle prime dieci. Sulle orme di Pennetta, Errani e Schiavone, anche Roberta avrebbe voluto timbrare il pass d’ingresso di un club così esclusivo. Invece il computer non l’ha premiata, assegnandole il numero 11 che era già stato il best ranking di Silvia Farina. Nemmeno la vittoria a Palermo le è bastata per centrare l’obiettivo. Ma con la sua tenacia, c’è da scommettere che l’appuntamento è solo rimandato. 

Il talento la Vinci lo ha sempre avuto, è stato il fisico che l’ha spesso tradita. Proprio per questo, negli ultimi anni, ha cercato di migliorare questo aspetto e i grandi progressi negli spostamenti laterali, da sempre suo tallone di Achille, certificano la qualità dei risultati raggiunti. Ma il vero salto di qualità è arrivato con la maturità. Non è un caso se le tre migliori stagioni le ha disputate alla soglia dei trent’anni. Adesso Roberta sa sempre cosa fare in campo e quando farlo. Se è difficile ottenere grandi risultati, ancor più complicato è ripetersi. La Vinci è riuscita in quest’impresa. 


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