WIMBLEDON ‘13, IL TOTO-PROTAGONISTI

Tennis – Archiviata la stagione sul rosso con il Roland Garros più soporifero che la storia del tennis ricordi, il circus è ora alle prese con la mini-campagna sull’erba, la quale, come da tradizione, culminerà con il torneo di Wimbledon. Esercitiamoci allora nel delineare la rosa dei tennisti che, salvo smentite, monopolizzeranno la scena del major londinese
mercoledì, 19 Giugno 2013

La fine del Roland Garros 2013uno dei meno entusiasmanti della sua storia ultracentenaria – è stata salutata con spirito liberatorio dagli amanti del tennis, delusi da match che si preannunciavano palpitanti e si sono invece rivelati tremendamente noiosi. Era dunque scontato che le aspettative riposte dai tifosi verso l’imminente stagione sull’erba fossero quanto mai alte. Quest’ultima superficie – da sempre sinonimo di grande spettacolo – è quella che più di ogni altra è in grado di radicalizzare l’annoso conflitto tra i rematori da fondo campo, tristemente ribattezzati ‘operai della racchetta’, e i tennisti più talentuosi, che possono vantare un bagaglio tecnico e una capacità di giocare colpi non convenzionali misconosciuti ai primi. Insomma, l’erba o la si ama o la si odia. Nell’un caso è un mostruoso spauracchio da esorcizzare, nell’altro un puntuale toccasana da pontificare. Su un terreno così – dove la palla descrive traiettorie bassissime, ha rimbalzi spesso irregolari e riceve accelerazioni impressionanti – non c’è spazio per i compromessi. I pochi fortunati in grado di esaltarsi sul verde devono allora saper essere piuma e martello. Servono infatti un servizio deflagrante, per comandare fin da subito le operazioni di gioco, e una spiccata propensione ai colpi aggressivi, per accorciare il più possibile gli scambi; ma occorrono anche particolari doti di tocco, per attaccare efficacemente la rete, e una straordinaria sensibilità di braccia, per eseguire il rovescio in back, variante che più di tutte è in grado di fare la differenza sull’erba. E’ per questo che un tennista con la classe, l’eleganza e l’estro di Roger Federer detta legge sui campi di Church Road da ormai due lustri. Non c’è infatti nessuno, tra i fenomeni del passato e i protagonisti ancora in attività, che possa vantare le sue doti tecniche, le sue capacità cinestetiche e la sua inesauribile genialità. Anche ora che il potere annichilente del tempo sta minando alla sua aura di semi-Dio, umanizzando un campione che fino a pochi anni fa sembrava facesse uno sport a parte, ‘King’ Roger, con l’appropinquarsi dello Slam londinese, sembra abbandonare quell’atteggiamento letargico che ormai da tempo ammanta le sue prestazioni su superfici più lente, risorgendo a nuova vita. D’altronde, se è stato così nel 2012, quando i tanti corvi pronti a recitare il de profundis dell’ex n. 1 al mondo hanno dovuto ingoiare amaro il suo settimo, storico sigillo in quel di Wimbledon, perché non immaginare possa essere lo stesso anche nell’edizione 2013? In ogni caso, sarà o meno lo svizzero a trionfare, una cosa è lapalissiana: mai come ora il nostro sport ha bisogno di professionisti che con il loro inimitabile talento possano squarciare la monotonia del tennis moderno. In altre parole, di atleti che, come il nativo di Basilea, sappiano scacciare via questo clima da ‘basso impero’ che vuole a tutti i costi insinuarsi nel circuito, decretandone la deriva. Passiamo dunque a sfogliare la margherita di nomi che, salvo clamorose soprese, dovrebbero recitare una parte da protagonista nel major di Londra.

Roger Federer, l’uomo dei 7 Wimbledon. Dicevamo dello svizzero. La stagione in corso è, senza il beneficio del dubbio, la peggiore degli ultimi anni. L’anno scorso (solo per fare un esempio), a questo punto della stagione, il 17 volte campione slam aveva già messo nel carniere 4 tornei, di cui due 1000 series. Quest’anno, invece, l’elvetico non solo ha vinto semplicemente sull’erba di Halle – modesta kermesse di categoria 250 che, come spesso accade, presentava un tabellone di mediocre caratura -, ma ha raggiunto solo un’altra finale, il desolante atto conclusivo degli Internazionali di Roma, perso malamente contro l’avversario di mille battaglie, Rafael Nadal. E la programmazione contingentata, così come i cronici problemi alla schiena che lo tormentano dall’estate passata non possono essere di certo attenuanti sufficienti ad un ruolino di marcia talmente deludente. A dirla tutta, ciò che preoccupa di sua ‘maestà’ non è tanto l’arretramento in classifica o i pochi trionfi, ma la raccapricciante involuzione tattica e la fragilità mentale evidenziata dal campione svizzero in questi ultimi mesi. Ora come ora, il dritto inside in e inside out, marchio di fabbrica di casa Federer, assomiglia molto più ad un’arma spuntata che al colpo mortifero di un tempo; il servizio, poi, non è più strabordante come una  volta: basse le percentuali di prime palle messe in campo e poco efficaci le variazioni; risibile, inoltre, è la percentuale di palle break trasformate, sinonimo di un killer instinct ormai sbiadito; imbarazzanti, infine, sono la reattività negli spostamenti laterali, il dato statistico dei gratuiti (tremendamente alto) e la tenuta psicologica nei match più probanti, ovverosia quelli disputati contro i top 10. Vista così, sembrerebbero ridotte al lumicino le possibilità di Roger di confermarsi campione di Wimbledon, ma guai ad esprimere sentenze di questo tenore sul fenomeno di Basilea, soprattutto quando si comincia a respirare l’aria rigenerante di Church Road. La storia ci insegna infatti che i campi in erba dell’ ‘All England Club’ hanno straordinarie capacità taumaturgiche sull’ex leader delle classifiche Atp, che ha spesso trovato la forza di raggiungere nuovi, impensabili traguardi proprio vincendo il major londinese. Non ci resta quindi che attendere, trepidanti, l’insindacabile verdetto del campo, sperando che Wimbledon si rilevi ancora una volta il suo elisir di lunga vita sportiva.

Rafael Nadal, la vera mina vagante del torneo. Sarà il maiorchino la ‘scheggia impazzita’ dello slam inglese. Esattamente un anno fa, con la clamorosa estromissione al secondo turno per mano dell’ex carneade Lukas Rosol, iniziava il calvario fisico dell’ ‘Indio di Manacor’, costretto ad uno stop forzato a causa della Sindrome di Hoffa. Nel momento in cui scriviamo, a distanza di qualche mese dal suo ritorno all’attività agonistica, cominciano  addirittura ad alimentarsi dubbi sulla reale entità del suo infortunio al ginocchio sinistro. Non trovano infatti spiegazioni apparentemente razionali i risultati conseguiti dopo il suo rientro: a parte la finale persa a Vina del Mar contro Horatio Zeballos (ricordiamo che quello era il suo torneo d’esordio) e quella sfuggitagli a Monte-Carlo contro Novak Djokovic, il pupillo dello zio Toni ha vinto tutto quello che c’era da vincere, compreso il suo ottavo Roland Garros (primato assoluto), e lo ha fatto con un furore agonistico ed una fame di successo senza precedenti. E’ dunque inevitabile considerarlo tra gli assoluti protagonisti del prossimo Wimbledon: non un torneo che esalta le sue caratteristiche di gioco, ma in ogni caso una competizione che ha dimostrato di saper vincere 2 volte (2008 e 2010). Da tenere in debita considerazione soprattutto la finale di sei anni fa, quando l’attuale n. 5 al mondo riuscì addirittura a detronizzare Roger Federer: come ripetuto a più riprese, il più grande tennista che abbia mai calpestato l’erba di Church Road.

Novak Djokovic, garanzia di eccellenza. D’accordo, ‘RoboNole’ non è più la macchina da guerra che nel 2011 fece sfaceli, ridicolizzando tutti i suoi rivali di turno, compreso un fuori serie come Rafa, costretto a subire, impotente, l’esuberanza fisica e mentale del serbo. Ma è ancora, e sarà così a lungo, il fab-four che offre maggiori garanzie. Nessuno ha la sua continuità di risultati e, soprattutto, nessuno come lui è in grado di minare alle certezze di Nadal. Che si giochi sulla sua amata terra rossa o su superfici più veloci (terreni a lui meno congeniali) lo spagnolo è infatti ben conscio che il suo contendente più pericoloso rimane ‘Djoker’. Il nativo di Belgrado ha vinto lo slam londinese due edizioni fa, durante la stagione che lo vide padrone incontrastato dei più importanti palcoscenici del tennis mondiale (tranne il Roland Garros, l’unico major che manca alla sua bacheca faraonica). L’anno scorso la sua corsa alla riconferma si è arrestata in semifinale, al cospetto di sua ‘maestà’ Roger Federer, che, di lì a poco, sarebbe andato a vincere il suo settimo Wimbledon. E quest’anno? Beh, davvero impensabile vederlo fuori dai giochi prima del penultimo atto. A quel punto, qualunque sia l’avversario, è certo che il n. 1 al mondo metterà sul tavolo quelle caratteristiche che gli hanno permesso di comandare la classifica del circuito maschile da due anni a questa parte (tranne la breve parentesi che ha permesso a Roger di far segnare l’ennesimo record, quello delle settimane passate al vertice del ranking Atp): resistenza aliena allo sforzo prolungato, assoluta solidità dei fondamentali (su tutti, il rovescio bimane), capacità difensive inaudite, grazie a doti di elasticità e reattività senza paragoni, e una forza mentale capace di fare breccia su qualsivoglia contendente.

Andy Murray, non più un azzardo considerarlo un favorito. Tra l’estate del 2012 e l’inizio della stagione 2013 lo scozzese ha raggiunto 3 finali slam su 3, riuscendo nell’impresa di aggiudicarsi il suo primo, agognato major della carriera, gli Us Open. Questa stupefacente continuità di risultati, unita al successo di New York, dimostrano che il sodalizio del n. 2 al mondo con coach Ivan Lendl sta dando i suoi preziosi frutti. Il nativo di Dunblane ha ora non solo le doti tecniche e le qualità fisiche per primeggiare tra i giganti del nostro sport, ma, cosa ancora più importante, si è scrollato di dosso quella scomoda nomea di perdente di lusso, acquisendo quella self-confidence necessaria a dominare ad alti livelli. Con buona pace di Jean Paul Sartre, che rifuggiva dai fatalisti, il destino ha voluto che la svolta della sua carriera avvenisse proprio nella sua amata patria, sui prestigiosi campi dell’ ‘All England Club’. Nel giro di un mese, grazie alle concomitanti Olimpiadi di Londra, Murray ha disputato ben due finali sui prati  di Church Road : l’atto conclusivo del torneo di Wimbledon, perso a scapito di Federer, e l’ultimo atto delle Olimpiadi, che ha concesso ad Andy la meritata rivincita sullo svizzero, costretto ancora una volta a rinunciare all’unico riconoscimento che manca al suo palmares, la medaglia d’oro olimpica. Quest’ultimo trionfo ha instillato nell’attuale n. 2 al mondo quella convinzione nei propri mezzi che fa da spartiacque tra un buon professionista e un campione assoluto. Non a caso, dopo quell’affermazione, è arrivata la vittoria a Key Biscayne e la finale di Melbourne Park. Non c’è dunque da strabuzzare gli occhi se chi scrive ritiene lo scozzese fra i più seri pretendenti  alla vittoria dell’edizione 2013 di Wimbledon. D’altronde, con la vittoria sui prati del Queen’s (la terza in carriera), sono state spazzate via anche le perplessità sul suo attuale stato di forma fisica, a conferma che il fab-four ha perfettamente recuperato dall’infortunio che lo aveva costretto a dare forfait al Roland Garros.

Tsonga e Berdych, permangono le riserve di sempre. Entrambi i top 10 in questione avrebbero i numeri per recitare un ruolo da protagonista nel major londinese alle porte. Il franco-congolese è un distillato di potenza e classe o, se si preferisce, il trade union tra il ‘tennis classico’ e il ‘tennis moderno’. Ha dunque caratteristiche che trovano sublimazione sulla superficie erbosa, e le semifinali raggiunte nelle ultime due edizioni di Wimbledon non fanno che corroborare la nostra tesi. Il ceco non è certo da meno, vantando nella capitale inglese risultati ancora più eccellenti del suo illustre collega: rammentiamo le finale raggiunta nel 2010, battendo gente come Federer e Djokovic. E scusate se è poco. Tuttavia, non crediamo che quest’anno  ‘Cassius Jo’ e Berdych possano spingersi oltre i quarti di finale. Pur augurandogli di smentire le nostre previsioni, pensiamo infatti che rimarranno ancora una volta vittima dei loro limiti: il primo, in balia dei cronici problemi di tenuta mentale; il secondo, penalizzato dalla sua stucchevole rigidità tattica, ovverosia l’incapacità di tarare il suo gioco sull’avversario.

Nessuno dimentichi Ferrer, la sua versatilità potrebbe riservare sorprese. Quando si apre il capitolo Ferrer non si fanno che sottolineare le sue qualità da combattente e la sua incrollabile cultura del lavoro, doti  attraverso le quali avrebbe sopperito ai suoi evidenti limiti tecnici. Tutto vero, ma si dimentica di evidenziare che non è solo con queste caratteristiche che si può veleggiare per anni all’interno della top 10. Evidentemente, serve dell’altro. E questo ‘altro’ ha connotati precisi: la duttilità del n. 2 di Spagna, ovverosia la sua inusitata capacità di mantenere standard prestazionali alti su tutte le superfici. Dunque non solo sul ‘mattone tritato’, troppo superficialmente definito l’unico terreno sul quale il valenciano riuscirebbe ad esaltarsi. D’altro canto, per il nativo di Javea, parlano i risultati relativi ai 4 slam disputati l’anno scorso. Ebbene, in tutte e quattro le occasioni, ‘Ferru’ si è spinto sino ai quarti di finale, dimostrando una straordinaria adattabilità a tutte le condizioni di gioco. E – sia ben chiaro – la clamorosa eliminazione di ieri al torneo di ‘s Hertogenbosch per mano del belga Xavier Malisse (un talento puro dalla carriera tormentatissima) non intacca di certo la nostra convinzione secondo la quale, a Wimbledon, ‘Ferru’ saprà di certo ritagliarsi il suo spazio. Sarebbe allora un errore marchiano dimenticarsi di lui.

Dimitrov all’ennesimo esame di maturità. Da tempo annunciato quale il naturale epigono di Roger Federer, perché quanto a grazia, eleganza e bagaglio tecnico ricorderebbe da vicino l’uomo dei record, Grigor Dimitrov sembra tardare a confermare sul campo la pesante investitura ricevuta dagli esperti del settore e dalla stampa. Ad ogni appuntamento importante, non si fa che attendere un suo exploit, che lo consacri definitivamente nell’Olimpo del tennis. Ma il bulgaro continua a smentire le previsioni della vigilia, registrando sonore sconfitte dagli atleti che primeggiano in classifica (se si eccettua la parentesi Madrid, dove è riuscito a togliersi il lusso di battere Djokovic). E’ per questo inevitabile che l’enfant prodige balcanico, con l’approssimarsi del torneo di Wimbledon, sarà alle prese con l’ennesima prova di maturità. Speriamo solo che questa sia la volta buona: in questo preciso momento storico, il tennis ha infatti assoluto bisogno di nuove leve che, come lui, sappiano esprimere un gioco che vada oltre lo sfoggio muscolare.

Il capitolo bombardieri (più Janowicz che Raonic). Su una superficie come l’erba, il servizio ha sempre rappresentato un fondamentale imprescindibile per raggiungere traguardi ragguardevoli. Lo è stato nel passato recente per gente come Goran Ivanisevic (vincitore nel 2001) e Mark Philippoussis (finalista nel 2003, anno del primo Wimbledon vinto da Federer); crediamo possa essere lo stesso nell’edizione 2013. Tra i giovani, spiccano i nomi di Jercy Janowicz e Milos Raonic, capaci di servire a velocità proibitive per qualunque altro loro collega. Dei due, quello che ha maggiori possibilità di spingersi lontano è il polacco, che si segnala per essere un bombardiere sui generis. A differenza dei tennisti appartenenti a questa categoria, lo ‘scorpione di Lodz’ vanta infatti incredibili doti di tocco e una naturale disinvoltura nell’eseguire ‘gesti bianchi’. Insomma, dispone di un braccio estremamente educato, che può metterlo nelle condizioni di fare ricorso al serve & volley, soluzione tattica molto efficace sul verde.

I possibili outsider. Concludiamo la nostra rassegna sui possibili protagonisti del prossimo Wimbledon con la pagina outsider. Durante competizioni lunghe e sfiancanti come quelle che si giocano su 5 set, le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Rebus sic stantibus, sono diversi i nomi che potrebbero recitare la parte dell’intruso: da Tommy Haas, che a 35 anni suonati sta vivendo la sua seconda vita tennistica (o forse la terza, chissà!), a Ernest Gulbis, quest’anno meno affascinato dalle sirene del divertimento, passando per l’estroso Benoit Paire (sempre che recuperi dall’infortunio all’adduttore destro rimediato al 250 series di ‘s-Hertogenbosch) e il ritrovato Mikhail Youzhny, uno che la scorsa edizione si spinse sino ai quarti di finale e che sull’erba è sempre cliente rognosissimo (vedi la finale di Halle di settimana scorsa persa al terzo e decisivo set contro Roger Federer).  

 

 

 


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