WIMBLEDON STORIES: 1987, IL TRIONFO DEL PIRATA PAT CASH

L'australiano rompe l'etichetta e si arrampica sulle tribune per abbracciare il padre e l'allenatore dopo la vittoria su Lendl. Già da qualche anno soffriva delle crisi depressive che hanno accompagnato tutta la sua carriera.

TENNIS – È un sabato insolitamente caldo a Wimbledon, la temperatura supera i 30 gradi. Pat Cash ha tutta una giornata per pensare alla prova che lo aspetta domani, la finale contro Ivan Lendl. “E’ la sensazione peggiore del mondo” dirà.

È già padre, Pat, che un anno prima era in ospedale per assistere al parto della compagna, la modella scandinava Anne-Britt: Daniel, il primogenito che ora lavora part-time per lui come esperto di social media, è nato nel giorno del suo 21mo compleanno.

Sul Centrale c’è anche il padre, Pat senior, un ex giocatore di football australiano diventato avvocato, il primo che gli ha insegnato a giocare a tennis. Lui non c’era quando la moglie, Dorothy, ha dato alla luce il primogenito, che avrebbe dovuto chiamarsi Brendan: la mamma però, ha cambiato idea all’ultimo momento e, di sua iniziativa, l’ha chiamato Patrick. Mamma Dorothy è una donna dalla personalità forte, è la vera figura guida della famiglia. Americana di religione cattolica, ha avuto già tre figli da un precedente matrimonio, una presenza costante anche nella vita di Pat, come i numerosi cugini (il padre ha otto fratelli).

Da quasi tre anni, Cash soffre di depressione. “E’ iniziata a quando avevo 19 anni, è andata avanti fino ai 13” racconterà in una recente intervista al Guardian. “Non è un segreto che ho assunto droghe da giovane, ma la vera questione è perché ho sentito il bisogno di farlo. Ero schiacciato dalla pressione di giocare per la mia nazione, dalle aspettative che mi creavo e dalle attese che gli altri riponevano su di me”. Nella sua autobiografia, Uncovered, rivela che ha più volte meditato il suicidio, e solo l’amore per Daniel gli ha fatto cambiare idea. “Le cose sono andate meglio quando ho lasciato il tennis”.

Non è facile essere un teenager e un eroe nazionale negli anni ’80. Non è facile dedicarsi allo sport che più di tutti abitua a perdere e avere come compagno di viaggio, come passeggero oscuro, una paralizzante paura di perdere. “E’ stato un fattore che ha determinato tutta la mia vita” racconta in un’intervista al Daily Mail, “la sconfitta si portava dietro la vergogna, l’imbarazzo. Era un po’ come l’eroina: vincere era una droga che dovevo avere, altrimenti mi sentivo depresso. Quando perdi, pensi che nessuno ti voglia bene, vorresti ucciderti”.

Un pensiero che ha attraversato anche le prime stagioni di gloria di Boris Becker, che su questo stesso Centrale, due anni prima, ha stravolto per sempre il concetto e l’immagine di bambino prodigio. Bum Bum, però, è uscito presto stavolta. Al secondo turno, sul campo numero 1, ha imparato che non si può vincere sempre. Ha trovato di fronte Peter Doohan, australiano che ha studiato quattro anni all’Università dell’Arkansas. Nel 1986 una tendinite alla spalla destra lo ha costretto a giocare solo sette partite, e le ha perse tutte. Due settimane prima, ha affrontato Becker al Queen’s e raccolto appena sei game. Quel giorno, però, diventa “il brocco che ha azzeccato la partita della vita”: arriverà fino al quarto turno, fermato dal serbo Zivojinovic.

Ha già vissuto un giorno così, l’attesa per una finale a Wimbledon, il giovane Pat. A 16 anni gioca per la prima volta il torneo junior, e arriva a giocarsi il titolo, ma viene sconfitto. Tutte le notti, racconterà, “mi facevo uno spinello: allora la marijuana era normale tra i tennisti, e non è certo un segreto che Vitas Gerulaitis avesse iniziato con la coca. Il problema è che pensi: la droga fa male, ma la marijuana non rovina il mio gioco. Così ne prendi di più, e poi passi alla coca, e poi alla prossima e alla prossima ancora”.

A 17 anni, il titolo junior lo vince. Papà Pat ha un enorme sorriso stampato sul volto. “Stavolta ho vinto quello piccolo, un giorno vincerò quello grande” gli dice Pat junior, che a 18 anni diventa il più giovane giocatore a imporsi in un singolare decisivo di Coppa Davis.

Dodici mesi prima di attraversare la porta con i versi di If incisi sopra per giocarsi il titolo più importante della carriera, era sceso al numero 413 del mondo per una serie di infortuni. Gli organizzatori gli hanno concesso una wild card e Cash, in campo solo per il gusto di esserci, senza nessuna pressione, raggiunge i quarti di finale. Tutte le ragazze vanno in delirio quando, a fine partita, lancia verso di loro polsini e asciugamani.

In quel 1987, perde solo un set fino alla finale. Più complesso il percorso di Lendl, che ha rischiato non poco già al secondo turno contro Paolo Canè. In una prima settimana segnata dalla pioggia, l’azzurro, in vantaggio due set a uno, ha finito per implodere quando ha avuto a disposizione per salire 5-3 nel quarto. Nonostante i problemi sull’erba, Lendl vince 36 76(5) 67(2) 75 61.

Ai quarti batte Leconte 76(5) 63 76(6) senza mai perdere il servizio, sotto gli occhi della Principessa Diana. E in semifinale elimina in rimonta Edberg, 36 64 76(8) 6-4, che ai quarti aveva approfittato dei fastidi del connazionale Jarryd con le lenti a contatto.

Cash, invece, ha sorpreso ai quarti 63 75 64 Wilander, che aveva sconfitto a Wimbledon anche nel 1984 e nel 1986. In semifinale ritrova Connors, che l’ha battuto poche settimane prima al Queen’s. Jimbo non vince un torneo da oltre tre anni ma da quando è diventato più vecchio e ha iniziato a perdere di più, è diventato molto più amato dal pubblico. “Mi aspettavo che la gente lo trascinasse” ha ammesso Cash, “lui è un giocatore che sa come usare il supporto della gente, per questo volevo fare in modo che non si caricasse così tanto”. Missione perfettamente riuscita: 64 64 61.

Il “Pirata”, soprannome che l’australiano si è meritato per la bandana che non abbandona mai, torna in campo per affrontare Lendl in un giorno destinato a restare nella storia. Hanno giocato anche la prima semifinale del primo, e tuttora inarrivabile, Super Saturday allo Us Open, l’8 settembre del 1984. è arrivato anche al match point, ma Lendl si è salvato con un lob sulla riga ai limiti dell’irreale. E dopo 3 ore e 40 sul Louis Armstrong, guarda il mentore Fibak come un sopravvissuto a un naufragio mentre Cash, che ha sbagliato l’ultima volée, scaglia la racchetta tra la folla.

Wimbledon, però, è il torneo che ha sempre sognato di vincere, il torneo sempre sfuggito al ceco diventato americano che ha portato il tennis nell’era moderna. Lendl cerca di giocare un classico schema da erba, servizio a uscire, soprattutto da sinistra, per chiudere la volée nell’angolo scoperto. Ma Cash sa come infilzarlo a suon di risposte vincenti in lungolinea di rovescio. “Il mio coach mi aveva detto che ogni risposta che sarei riuscito a tirare sarebbe stata un bonus”. Il coach è il baffuto Ian Barclay, praticamente il suo secondo padre. Lendl riesce comunque ad allungare il primo set al tiebreak, ma l’australiano sfodera un gioco a rete praticamente perfetto e vola 6-1, prima di perdere 4 punti e chiudere solo 7-5.

Il secondo set di Cash è probabilmente la performance migliore che un giocatore possa sognare nella finale del più importante torneo del mondo. Completa due break di fila, al terzo e al quinto game, con un lob vincente che sa tanto di rivincita e due lungolinea di rovescio da manuale, e non perde nemmeno un punto al servizio.

Il ceco, però, non è un campione per caso, e al quarto gioco del terzo set firma il primo break della sua partita. Si trova così a servire per il set sul 5-3. Forse comincia a pensare che potrebbe anche replicare la rimonta contro McEnroe al Roland Garros di tre anni prima, ma due risposte vincenti cancellano ogni speranza. Il sesto doppio fallo, sulla palla break, fa il resto.

Cash diventa il terzo australiano dopo Laver e Newcombe, il primo in 15 anni, a trionfare a Wimbledon. E da “Pirata”, rompe l’etichetta. È il primo ad arrampicarsi sulle tribune per festeggiare la vittoria. “Gliel’abbiamo fatta vedere” grida rivolto verso coach Barclay, “cazzo ce l’abbiamo fatta, cazzo ce l’abbiamo fatta!”. L’idea che pochi passi più in là ci fosse la Principessa Diana non lo sfiora nemmeno.

Ma l’immagine più forte è il commosso abbraccio a papà Pat per aver mantenuto la promessa di cinque anni prima. “E’ l’abbraccio che avrei voluto e dovuto dargli da tutta la vita”.


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