WIMBLEDON STORIES: 1993, IL “CHOKE” DI JANA NOVOTNA

E' la centesima finale di singolare femminile a Wimbledon. Sul 4-1 40-30 nel terzo set, Jana Novotna si incarta nel doppio fallo forse più famoso nella storia del tennis femminile. Graf vincerà il titolo e la ceca piangerà calde lacrime sulle spalle della Duchessa di Kent.

TENNIS – Piange Jana Novotna. Piange sulle spalle e sui vestimenti leggeri della Duchessa di Kent. Piange per quel che avrebbe potuto essere e non è stato, per quel doppio fallo a cinque punti dalla vittoria nella centesima finale di singolare femminile nella storia di Wimbledon. Piange perché ha vinto quattro punti più di Steffi Graf, 107 a 103, ma è Fraulein Forehand che si arrampica ad abbracciare coach e famiglia come solo Pat Cash aveva osato fare prima e ad alzare, per la quinta volta, il Rosewater Dish.

Eppure, a quel 3 luglio 1993, Jana era arrivata senza quei pensieri pesanti, che sarebbero già da soli tutto carico in più, da sempre suoi vecchi compagni di viaggio. Nei quarti ha eliminato Gabriela Sabatini, campionessa anche lei senza il killer instinct dei finisseur di razza, 64 63. Si mette così finalmente alle spalle il quarto del Roland Garros dell’anno prima, quando si era trovata avanti 64 52 con due break di vantaggio, ma si era fatta prima riprendere sul 5-5 e poi superare: perso il tiebreak 12-10, dopo aver mancato due match point, non ha praticamente giocato il terzo, finito 60.

In semifinale gli organizzatori le concedono, per la prima volta in tutto il torneo, di giocare sul Centrale. Di fronte c’è l’avversaria che più di tutte nella cattedrale del tennis si sente a casa, Martina Navratilova, che ha vinto il titolo nove volte (ma non arriva in finale dal 1990) e cerca il 114mo successo ai Championships in 125 partite in singolare.

Già dal primo game, Martina capisce che sarà una partita lunga. “Ho messo in campo solo prime” spiega, “e ho quasi perso il servizio”. Ha subito due break in tutto il torneo, Navratilova, ma il bilancio raddoppia solo nel primo set. Un altro arriva nel secondo set e Novotna, di dodici anni più giovane, completa il 64 64 che la porta in finale contro Steffi Graf. C’è stato solo un momento in cui il match avrebbe potuto girare, nel quinto game del secondo set. Navratilova è già sotto di un set e di un break, è 15-40 sul suo servizio ma salva entrambe le palle break con due nastri a favore. “E’ stata decisamente fortunata” ha commentato Novotna, “ma non mi sono preoccupata in quel momento. Avevo comunque un break di vantaggio, ed è bastato per vincere”.

È il primo Wimbledon senza Monica Seles, accoltellata il 20 aprile da Gunther Parche, ossessionato dal tifo per Steffi, che pure qualche difficoltà l’ha incontrata nelle due partite che le valgono la possibilità di giocarsi il titolo. Ha chiuso 76 61 contro Jennifer Capriati ma ha dovuto annullare un set point sul 3-5 30-40 nel primo set. “Davvero?” chiede incredula ai giornalisti. Sì, davvero. “Nemmeno me n’ero accorta, pensavo un punto alla volta, non mi ero resa conto che era arrivata a set point”. In semifinale è a sei punti dal perdere il primo set, sotto 41 30-0 contro Conchita Martinez, ma allunga al tiebreak, che domina 7-0, e chiude 76 63.

Insieme al coach Hana Mandlikova, ha preparato una tattica di pressing costante. Mandlikova, che era stata anche raccattapalle allo Sparta club di Praga di Martina Navratilova, con cui vincerà l’Us Open 1989 in doppio, ha sempre inseguito Wimbledon senza mai vincerlo. Ha in bacheca quattro Slam, ha battuto Evert in semifinale e Navratilova in finale a Flushing Meadows nel 1985, ma come Jana si porta dietro l’etichetta di campionessa dal tennis sublime e dalla psiche fragile.

Ha chiesto a Novotna di servire almeno due terzi delle prime sul dritto di Fraulein Forehand. Sembra un controsenso, un azzardo, ma può funzionare: se Steffi comincia a dubitare del suo colpo forte, Novotna sente che potrebbe davvero batterla per la quarta volta in carriera in 20 scontri diretti.

La tattica funziona. Rischia sempre tanto al servizio, mette in campo il 43% di prime in tutto il primo set, ma completa il break nel game d’apertura del match e sale 2-0. Nel terzo gioco, il nastro rende letale la volée di Graf, che per questione di centimetri non si ritrova sotto 0-40 e alla terza occasione completa l’aggancio sul 2-2 e il sorpasso sul 5-3. Una chiamata dubbia e contestata impedisce alla tedesca di salire 40-0 e Novotna stampa quattro punti di fila che valgono il controbreak del 4-5. Si arriva al tiebreak, Novotna cancella il primo minibreak di svantaggio con una delle sue potenti volée, uno dei 23 vincenti del primo parziale, a fronte dei 22 della numero 1 del mondo. La ceca ha di fronte la grande occasione di chiudere, è avanti 5-4 con due servizi a disposizione, ma affossa a rete la prima volée: 5-5. Ha anche un set point, in risposta (6-5), cancellato dall’ace di Steffi che chiude il set con un perfetto passante di rovescio in topspin, non esattamente il colpo simbolo del suo tennis: 8-6.

Nel secondo Graf, che ha vinto le ultime 20 partite giocate a Wimbledon, subisce due break nei primi due turni di battuta. Novotna è esaltata, gioca la partita perfetta, allunga 5-0 e sfiora l’umiliante “bagel” a suon di traiettorie letali, di rasoiate che schizzano via rapide e non si sollevano da terra. Dopo il 61, Novotna continua nel suo capolavoro di potenza, eleganza e atletismo. Sale 4-1 40-30, Graf pensa ormai che la finale sia andata, che la difesa del titolo sia ormai una missione impossibile.

Quel doppio fallo, però, il doppio fallo probabilmente più famoso nella storia del tennis femminile, cambia tutto. Anche se Jana continuerà a sostenere che non è stato l’inizio del “più grande choke di ogni epoca”, che ha solo cercato di applicare la stessa tattica che aveva funzionato per tutto il match, di attaccare e rischiare con la prima e con la seconda. Per un’altra giocatrice, scrive Gianni Clerici su Repubblica, “lo sbaglio sarebbe stato trascurabile”, per lei no. “Mentre Steffi ancora non si rendeva conto di cosa accadesse, Giovannona aveva sciupato altre due palle per il 5-2. Il peggio, il dramma, doveva ancora venire. A 4-3 la sciagurata sarebbe riuscita a perpetrare tre doppi errori su quattro punti. Ora Steffi si era snebbiata, quanto bastava per afferrare con le unghiette il dono che le veniva offerto”.

Il sipario sulla centesima finale femminile ai Championships cala con le lacrime di Novotna e l’abbraccio protettivo di sua altezza reale la Duchessa di Kent. “Jana, non ti preoccupare, io credo che vincerai”. In quella nobiltà un po’ demodé è racchiusa una profezia che si avvererà solo un lustro più in là. Anche allora, contro Nathalie Tauziat, inizia a handicap. Ha passato la vigilia a studiarne mosse e strategie, nella semifinale vinta su Natasha Zvereva, ma le tattiche non contano di fronte alla sindrome da finale di Wimbledon. Subito sotto 2-0, con una palla del 3-0 da salvare, solo il nastro la aiuta. È superiore in tutto, Natalia, dieci centimetri e nove chili di potenza in più, eppure riesce a complicare anche una partita che sarebbe dovuta finire con un doppio 63. Aspetterà sette palle break nel primo set prima del 64, si farà rimontare nel secondo prima di rifugiarsi nel tiebreak. Lo dominerà 7-2 e potrà liberare altre lacrime. Ma stavolta sarà un pianto di gioia e di liberazione.


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