WIMBLEDON STORIES: 2005, VENUS TRIONFA NELLA FINALE PIU’ LUNGA

Dopo 2 ore e 45, Venus Williams batte Lindsay Davenport e diventa la più bassa testa di serie (14) a conquistare Wimbledon. E' la prima dal 1935 a trionfare dopo aver salvato un match point in finale.

TENNIS – Due storie di tenacia e di riscatto. Due storie di rivincita. Un solo lieto fine. Servono due ore e 45 minuti a Venus Williams per vincere Wimbledon per la terza volta. È l’estate del 2005, Venus è testa di serie numero 14 e non vince uno Slam dagli Us Open del 2001. Di fronte, per la ventisettesima volta in carriera, trova Lindsay Davenport, che ha vinto l’ultima edizione del secondo millennio e si presenta da numero 1 del mondo, ma ai Championships, contro Venere, ha sempre perso. E la storia non cambia.

Venus diventa la più bassa testa di serie ad aver conquistato il titolo, dopo la più lunga di sempre, finita 4-6 7-6 9-7. è anche la prima ad aver alzato il Rosewater Dish dopo essersi trovata a un punto dalla sconfitta nel match che vale il titolo dal 1935, dal successo di Helen Wills Moody su Helen Jacobs.

Venus, che dalla finale dei Championships di due anni prima supera i quarti in un major, ha eliminato Maria Sharapova in semifinale riscattando la sconfitta a Miami di pochi mesi prima. In finale, si ritrova subito sotto 5-2. Ma stavolta decide di non continuare a fare di testa sua. Ascolta i consigli di Mamma Oracene e soprattutto quelli di Serena.

Sorpresa in finale dodici mesi prima proprio da Masha, è uscita al terzo turno contro Jill Craybas. Ha deciso tardi di giocare, è rimasta fuori un mese e mezzo per una leggera frattura alla caviglia sinistra, e per la prima volta in carriera viene costretta al terzo set nei primi due turni di un Grande Slam. La partita, prevista sul Campo Centrale, vista la pioggia che scombina il programma viene spostata sul Campo 2, il Cimitero dei Campioni, che aggiunge un’altra vittima e rinforza la sua reputazione: Serena, pure avanti 5-4, poi 6-5 nel secondo set, e 2-0 nel tiebreak, cede 64 76. Ma continua a seguire il torneo della sorella maggiore. Insieme, hanno rotto le barriere, hanno riscritto la storia. Due icone, che hanno giocato la prima finale Slam tra sorelle dal successo di Maud Watson contro Lilian, di sette anni più grande, nella prima edizione del singolare femminile a Wimbledon. Papà Richard, cresciuto nel sud delle leggi Jim Crow, del principio dei “separati ma uguali” perpetrato fino alla definitiva abrogazione con il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965, le ha volutamente tenute lontane dai tornei junior. Giocavano una contro l’altra nel ghetto nero di Compton, , a Los Angeles, dove fischiavano le pallottole nelle sparatorie fra le gang. Così, due anni prima, è morta la sorella Yetunde Price, a mezzanotte del 14 settembre: sta viaggiando con il fidanzato, Rolland Wormley, quando Robert Edward Maxfield, 25 anni, membro della gang dei Southside Crips, spara 12 colpi di AK-47 verso la GMC Yukon Denali bianca di Yetunde. Uno dei proiettili, alla testa, la uccide. Solo nel 2006, al terzo processo (i primi due si arenano perché la giuria non riesce ad arrivare a un verdetto unanime) verrà condannato a 15 anni.

Serena continua a seguire il percorso di Venus e prima della finale le scrive un’email con le tattiche più vantaggiose per battere Sharapova, le stesse che evidentemente ha usato e che l’hanno portata a non perdere più da Masha dal Masters del 2004.

Davenport, che proprio a Wimbledon dodici mesi prima meditava il ritiro, ritrova il tennis dei giorni migliori, anche se il suo ultimo Slam è ormai datato Australian Open 2000. La numero 1 del mondo perde uno dei due break di vantaggio e si ritrova sotto 0-15 nel decimo game, ma a suon di prime vincenti porta a casa il primo set. Il secondo è più nervoso. Nel nono gioco, la prima che porta Venus sul 5-4 è fuori di almeno 10 centimetri, il giudice di linea la chiama out ma l’arbitro fa over-rule: Davenport è furiosa. E forse ci sta ancora ripensando quando, sul 30-30 nel game successivo, commette il doppio fallo che porta Venus al set point, cancellato da un’altra delle prime vincenti Lindsay-style. Venus non è da meno, e inizia l’undicesimo gioco con due doppi falli di fila, saranno 10 a fine partita. Davenport breaka a 15, ma perde il servizio a zero e viene dominata al tiebreak. “Anche dopo aver perso il secondo set, ho pensato: è una grande partita” ha detto Davenport in conferenza stampa.

Anche nel terzo set il primo break è per Davenport che allunga fino al 4-2 40-15, ma la testa di serie numero 1 non riesce a difendere il break in quel settimo gioco. Al cambio campo chiede l’intervento del medico per un infortunio alla schiena. Al rientro ha subito un match point (5-4) che Venus salva con un dritto vincente. Cinque giochi più in là, è la testa di serie numero 14 a completare il decisivo break con un gran dritto. È l’ultimo colpo di scena della finale. Venus commette doppio fallo sul primo match point ma chiude al secondo. Davenport affossa a rete l’ultimo dritto del match e Venus può cominciare a saltare su e giù come se non volesse fermarsi mai, come se quel momento, se quella gioia così primaria e totalizzante, dovesse non finire mai. “Lindsay ha giocato benissimo oggi”, ammette, “a lungo ho semplicemente cercato di restare in partita. Oggi è una vittoria speciale per me. Non ero favorita per la vittoria, e non potevo chiedere un’avversaria migliore per alzare il mio livello di gioco. Non sai mai cosa può capitarti nella vita”.


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