CAROLINE, ECCELSA NORMALITA’

La Wozniacki festeggia la prima piazza mondiale bissando la vittoria di Tokyo col successo a Pechino. Attorno a se il vuoto cosmico ed il riottoso tentativo di Vera Zvonareva di sbarrarle la strada. Le pagelle

Pechino (Cina) –  Terra di “osceni” Nobel per la pace campioni di diritti civili tenuti in carcere. Ma l’estremo oriente cinese è divenuto anche il centro vitale di manifestazioni sportive. Non fa eccezione il baraccone tennistico. Un po’ spaventa e desta inquietudine quello smog all’orizzonte che traspare dallo schermo mentre i campioni della racchetta si sfidano sul campo di Beijing. Un torneo che alla fine si rivela di una monotonia “oscenamente” rara.

Caroline Wozniacki: 8. La lentigginosa bamboletta travestita da “wonder woman” incerottata s’impone con autorità su Vera Zvonareva bissando il successo di Tokyo e festeggiando al meglio la prima piazza della classifica mondiale. Un traguardo importante, raggiunto a soli vent’anni e a coronamento di un periodo di forma impressionante, con la stessa disarmante facilità con cui chiede al giudice di sedia “posso andare in bagno?”. Il suo tennis può apparire banalmente brutto, noioso, monocorde e forsennatamente scolastico. Si può seguire a cuor leggero un suo match solo ingurgitando due pasticche di Prozac. Tutto innegabile e lampante, ma è solo un dettaglio. Pochi vincenti e gambe esplosive l’hanno issata al vertice mondiale. E poco importa se non ha ancora vinto un slam. Età, capacità fisiche ed intelligenza tennistica, dovrebbero consentirle di raggiungere anche quel traguardo. Brava la boccoluta danesina bardata in un vezzoso vestitino nero con scollatura trasparente vedo/non vedo, che sul campo non molla una pallina, corre come un’ossessa e si espone al blasfemo tentativo di winner solo quando le serve strettamente. E nemmeno patisce psicologicamente gli influssi demoniaci del gallo cedrone Verdasco in amore. Venus ha chiuso la stagione. La sorellona Serena avrà accettato la perdita dello scettro con minore costernazione che per un hot dog servitole con poca mostarda. Fuori anche la ormai ex divina Justine in disarmo e con Kim Clijsters che si gode il meritato riposo dopo il trionfo a New York, le altre si mostrano di una pochezza disarmante. E allora perché sorprendersi o gridare all’eresia per l’utilitaristico prodigio danese alla valeriana contaminata dalla criptonite? Ha sfruttato alla perfezione la brezza calma del nulla, la demenza tennistica di molte e le svogliatezze di poche. Una voragine incresciosa che spiega e paradossalmente rafforza i meriti della danese, impeccabile a spazzare il vuoto. Ma il suo colpo migliore rimangono le unghia laccate di giallo in impeccabile pendant con le mutande.

Vera Zvonareva: 7. La russa “minore”, trasparente e inquieta come un bicchiere di acqua bertier è rimasta l’unica esponente dell’armata russa capace di tenersi al vertice con costanza. Bella, ingobbitamente approssimativa. Lagnosa e legnosa in un abbinamento ancestralmente perfetto, che ti contagia come un morbo. Ed io la osservo estasiato, bramando una delle sue crisi compulsivamente goffe, mentre dialoga con l’omino del cervello. Le gote paffute, gli occhioni smarriti e le larme pronte a grondare con isterica grazia. Macchietta inimitabile. Idolo vero. Di tennis poco o niente, ma tanta volontà e acceleratore a tavoletta, sempre e comunque. Basta per collezionare finali e salire al numero tre al mondo. Lotta sbuffa e strepita per due ore da un lato all’altro contro la calma olimpica mostruosamente difensiva della danese, ma non riesce a ripetere il precedente newyorkese, fallendo l’ennesima finale. La sindrome da sconfitta in finale sta diventando ormai una patologia psichica, da sommare alle altre.

Francesca Schiavone: 6. A seguito della rinuncia di Venus Williams ottiene in estremo oriente la sicurezza di partecipare al Master femminile di Doha. Traguardo importantissimo, colto dopo essere ritornata a livello discreto. Un ottimo Flushing Meadows cui fa seguito la semifinale a Tokyo ed i quarti di finale a Pechino. Altro conto è chiedersi cosa possa raccogliere negli Emirati, vista la sua incapacità a vincere contro una top 20 da mesi. In Cina riceve una memorabile ed inquietante stesa da Vera Zvonareva. L’alba magicamente monotona faceva appena capolino, mentre la nostra eroina entrava in campo. Pochi games di martirio, e l’incapacità di mettere in campo almeno una delle sue virtuose variazioni, letteralmente investita dal biondo tornado dell’est. E gemiti insostenibili da sollevatore di pesi uzbeko (maschio), che rimandano ad inquietanti immagini di barbe irsute in uno spaghetti western tagliate con spartani coltellacci. La russa sarà anche la bestia nera della milanese (dieci sconfitte di fila non sono certo un caso), ma i due games raccattati non possono certo infondere grandi speranze nei tifosi della tennista italiana.

Ana Ivanovic: 6,5. Allegria. Il confettone fucsia di quasi un metro e novanta sembra essere tornata tennista. Heinz Gunthardt deve aver fatto il mezzo miracolo, psicologico e comportamentale prima che tecnico. Batte in due tirati set la perdente vampirizzata Elena Dementieva (5) e fa da perdente damigella decerebrata alla neo numero uno Caroline Wozniacki, in un buffo confronto tra impalmate dal regal pungiglione “verdaschesco”. Ma oltre a questi dettagli di puro folklore, Ana appare finalmente più paziente, dopo un paio d’anni passati come vittima impotente della sua autodistruttrice virulenza ottundente. Se tornerà tra le prime dieci al mondo, al tecnico elvetico andrà consegnato di diritto “l’osceno” premio Nobel per la medicina e lo studio delle psicopatologie serbiattesche. Il genio taumaturgo è riuscito nell’impossibile: Limitare al minimo quei tragicomici balzelli da strepitante paperetta squilibrata, conditi da urla di guerra santa (“ajde! ajde!”), pugnetto e paffuta gamba di riporto alzata in sincrono. Poi però ella ricade nei soliti errori nei momenti clou (doppi falli ed insensate pallate fuori campo), perché altrimenti invece che ricevere un Nobel, il neo tecnico dovrebbe camminare sulle acque.

Jelena Jankovic: 4,5. La trottante sorellona di Varenne prima ancora di Caroline Wozniacki è stata numero uno al mondo, senza vincere uno slam. Come la danesina esprime un tennis podisticamente invasato e senza winner. Ma la sua “regolarità fallosa” ed un atteggiamento in campo meno sereno e positivo (esercizio di eufemismo carpiato), danno al suo breve (ed inspiegabile) regno un carattere di maggiore occasionalità. Sgroppa a vuoto anche in Cina. Senza condizione fisica, una tennista come lei vale a stento le prime cento.

Maria Kirilenko: 5,5. M’imbatto casualmente in qualche scampolo del derby giocato dalla bella Maria contro Vera Zvonareva. Un’ordinata e disciplinata maestrina opposta agli scomposti attacchi dell’altra. E la sua geometrica scolasticità sembra addirittura poter prevalere. Poi cede alla distanza, in quello che è ormai diventato un classico nella sua carriera. Riflessione filosofica delle quattro meno dieci del mattino: “La bellezza salverà il mondo”. Lo disse Dostoevskij. Lo confermo io guardando un paio di gambe accavallate. Ma nel tennis occorre saper tenere una racchetta in mano, nella politica avere anche un cervello, ed altre esecrabili amenità…


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