WTA PALERMO, ULTIMA VITTIMA DI UNA ITALIA POVERA

TENNIS - Nel 1982 in Italia si disputavano ben otto tornei del circuito maggiore; dal prossimo anno, con la temporanea dislocazione degli Internazionali di Palermo in Malesia, ne rimarrà solo uno: Roma. Una situazione imbarazzante del tennis italiano che necessita di un rimedio da parte delle organizzazioni competenti

Tennis. Nonostante gli sforzi ripetuti negli ultimi mesi da parte delle maggiori giocatrici e dei personaggi più eminenti del nostro sport, il torneo WTA di Palermo ha subito la sorte preventivata. Dopo ventisei anni l’evento non si giocherà più, almeno per i prossimi tre anni. I diritti dell’appuntamento sono stati infatti ceduti in affitto alla Malesia, che aveva offerto una somma troppo generosa per non convincere lo storico direttore del “Country Club” Oliviero Palma e l’Assemblea di circa 50 delegati riunitasi lo scorso 28 settembre a scegliere questa strada. Il torneo si giocherà in Asia, sempre durante la seconda settimana di luglio, per i prossimi tre anni, cioè fino al 2017, con la possibilità di estendere l’affitto fino al 2020. Una decisione drammatica, di cui si aveva già avuto il sentore lo scorso maggio, quando il circolo palermitano, di gestione privata, aveva fatto sempre più trapelare il proprio bilancio e i propri debiti e fin da subito aveva reso chiaro che, dopo l’edizione di quest’anno avvenuta quasi per miracolo, non sarebbe stato più possibile organizzare di nuovo un evento così oneroso. Da quel momento sono spuntate trattative, proteste, e numerose dichiarazioni volte a smuovere il sistema tennistico nazionale per trovare una soluzione affinché il secondo torneo italiano rimanesse entro i confini. Tuttavia, come ha rivelato appena due giorni fa un comunicato stampa del presidente del Club Cammarata in risposta alle tardive polemiche, la Regione e l’ente per il turismo non ha mai aiutato concretamente Palma e soci a mettere in piedi un fondo per salvaguardare un evento che ha sempre dato una grande visibilità al capoluogo siciliano (basti pensare agli ascolti televisivi dell’ultima edizione: 40 milioni di spettatori dei dodici paesi che hanno acquistato i diritti tv e oltre un milione in Italia).

La proposta più concreta è arrivata dalla FIT di Angelo Binaghi che il 26 settembre si è offerta di prendere in affitto il torneo a una somma praticamente identica a quella offerta dai concorrenti malesi (Binaghi ha dichiarato che il proposito iniziale era l’acquisto di Palermo, poi dichiarato non in vendita). La proposta della Federazione, che come un deus-ex-machina pareva risolvere tutti i problemi accumulati, è stata però troppo tardiva e, stando ai dirigenti del ‘Country Club’, non abbastanza definita in tutti i suoi termini per essere accettata due giorni dopo dall’Associazione, la quale infatti ha preferito l’offerta malese.
E mentre sciami di polemiche si librano da ogni dove (contro la Federazione per essersi mossa troppo tardi, contro il Club per aver scelto la soluzione economica migliore trascurando l’importanza di mantenere il torneo nei confini nazionali) l’unica certezza è che l’Italia ora si ritrova con un solo torneo del circuito maggiore, gli Internazionali di Roma. Il che, vista la lunga tradizione tennistica azzurra e l’ampiezza del nostro paese, non può che essere un fallimento su tutti i fronti. Basti pensare che nel lontano 1982 il nostro paese ospitava ben otto appuntamenti del circuito maggiore, nel 1991 l’Italia si ritrovava con sette tornei, di cui quattro sedi che ospitavano sia il torneo maschile che quello femminile (oltre a Roma San Marino, Milano Indoor e Palermo), grazie a un’organizzazione compatta di finanziamenti e mutui aiuti gestiti da grandi organizzatori e manager di eventi come Cino Marchese. Ora, con la chiusura dell’appuntamento milanese – definitivamente nel 2005 – della riduzione a challenger di quello sammarinese – nel 2001 – del torneo maschile di Palermo (2006) e del recentissimo trasferimento di quello femminile, tutti dovuti a ragioni economiche, l’Italia è caduta sull’orlo del baratro.

Vediamo qualche numero: la Spagna ha 3 tornei Atp più il Master di Madrid; la Francia 5 tornei Atp (tra cui il Master di Bercy), un torneo Wta e uno Slam; l’Inghilterra 3 tornei Atp, un Wta e uno Slam; Atp; la Germania 4 appuntamenti maschili e 2 femminili.
L’Italia ne ha solo uno, Roma, torneo illustre e dalla immensa storia in cui FIT e alti funzionari si crogiolano ormai da anni, lasciando in sordina un po’ tutto il resto. La verità è che le amministrazioni delle realtà locali sono state lasciate sempre più sole, incapaci di fronteggiare manifestazioni di richiamo sempre più internazionale e quindi dai costi più elevati. E dunque hanno gettato la spugna.

Sappiamo perfettamente che la cancellazione e/o il trasferimento temporaneo degli appuntamenti europei in favore degli emiri o dei miliardari asiatici del medio o estremo oriente è purtroppo fenomeno comune in questi ultimi anni: si pensi alla slovena Portoroz, torneo WTA eliminato nel 2010 per fare spazio a Baku, in Azerbaijan, che va ad aggiungersi a storici tornei come Berlino, Zurigo e altri – per non parlare delle ultime sedi temporanee del Masters femminile, prima a Doha e ora a Istanbul – che lasciano ghiotti spazi vuoti nel fittissimo calendario dei circuiti per scatenare la generosità dei nuovi ricconi dei paesi emergenti e rimpinguare le casse dei club e delle associazioni dei grandi club occidentali, ma anche di Atp e Wta. E’ il denaro che regge tutto e monopolizza il tennis diradando in modo preoccupante i tornei occidentali – soprattutto europei, ma pure i piccoli tornei americani come Winston-Salem non sono indenni dalla crisi – con conseguenze profondamente negative per i paesi, come il nostro del resto, che hanno costruito la storia di questo sport.

Da questi dati sorgono, inevitabilmente, alcune domande. Possibile che uno sport come il tennis, seguito da decine di milioni di persone in tutto il mondo e basato su un business di miliardi di dollari l’anno, in Italia non attragga nessun investitore privato che abbia la voglia di organizzare un piccolo ATP 250 o un International? Possibile che nessuna amministrazione abbia considerato i discreti vantaggi di turismo, merchandising, visibilità e diritti televisivi che un ben organizzato torneo di tennis può offrire e non abbia mai cercato un finanziamento?

Le colpe di questa passività passano inevitabilmente alla FIT, centro da anni di numerose polemiche sulla discutibile gestione degli introiti e sui costi della tv ufficiale Supertennis, condotte strenuamente da molti oppositori come Ubaldo Scanagatta, il quale anche l’altro ieri nel suo sito ha ribadito le sue lamentele. “Lo sviluppo di più tornei internazionali creerebbe posti di lavoro e professionalità oggi sconosciute. Darebbe il destro a chi si trovasse ad organizzarli, nei vari settori, di costruirsi competenze importanti. In termini di managerialità e marketing, di rapporti con le istituzioni locali, con gli sponsor, con i media, con i giocatori, con il pubblico. Darebbe a chi li potesse giocare esperienze utili e probabilmente punti Wta e Atp importanti se non decisivi per migliorare la propria classifica. Al torneo di Palermo Vinci ed Errani non sono state le sole giocatrici italiane a conquistare punti importanti per difendere la loro classifica (oggi che sono fra le migliori del mondo) o per costruirsela quando non lo erano” scrive.

Insomma, da noi vi è un gap impressionante tra la struttura dei challenger – che in Italia non sono pochi e godono di discreta salute – e il circuito maggiore, rappresentato ora dagli Internazionali, torneo troppo importante (Master 1000 e Premier Five) per promuovere lo sviluppo e le opportunità di wild card giocatori italiani che forse sono pronti a mettere a segno il primo buon risultato, ma non se si ritrovano di fronte un Nadal o un Berdych al primo turno.
La FIT negli ultimi anni si è dedicata con merito al lato promozionale e divulgativo del tennis, con l’istituzione di una tv gratuita che trasmette i più grandi tornei, la creazione di eventi straordinari come gli ultimi due appuntamenti de “La Grande Sfida” al Forum di Assago (con cachet da capogiro per le tenniste superstar come Sharapova), e monumentali progetti come la ristrutturazione del Foro e la costruzione del tetto sul centrale per vincere la contesa con il Mutua Madrilena Open e creare il mini-Slam da 12 giorni.
Ma sul piano propedeutico e strettamente formativo il sistema italiano non è ancora sufficiente. Si coccolano le grandi promesse, i fenomeni junior – Quinzi, Baldi e compagnia – con finanziamenti e aiuti di professionisti federali lungo tutta la stagione e si trascura chi grande promessa ancora non è ma potrebbe diventare un ottimo giocatore se avesse le opportunità concrete per emergere e farsi le ossa, o chi ottimo giocatore non diverrà mai ma ha il diritto di vivere per il suo lavoro e togliersi qualche soddisfazione.
Ci auguriamo che ciò accada, ma come ha scritto Flavia Pennetta nella sua autobiografia, è necessario un cambiamento profondo e lungo del sistema italiano, nelle scuole tennis e nel metodo organizzativo così come già succede in stati più ‘evoluti’ come Francia e Spagna. Intanto, la creazione di un piccolo torneo Atp o Wta in Italia sarebbe un buon punto di partenza. Ma se da noi non siamo nemmeno in grado di mantenere quelli già esistenti, le speranze sono poche.


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