BHANGRA E MANGA TENNIS, MADE IN ALABAMA

Per motivi diversi, Saketh Myneni e Yoshihito Nishioka devono qualcosa alla terra celebrata in una famosa canzone degli anni ’70. Anche se c’è molto altro che vale la pena raccontare
domenica, 20 Novembre 2011

Roma – “Ho trovato l’America”. C’è chi lo può affermare in maniera proverbiale, c’è invece chi può farvi riferimento letteralmente, ma ci sono anche casi, e non limitati, di persone che possono unire i due propositi qualora accennassero a quella locuzione che tante volte, nella vostra vita, avrete sentito usare.

Per esempio Saketh Myneni, classe 1987, indiano dell’Andhra Pradesh, stato orientale bagnato dal Golfo del Bengala, che nel 2007, forte di un diploma conseguito in Patria, decise di spostarsi negli Stati Uniti per proseguire il proprio iter scolastico, alla stregua di quanto fatto da tanti altri suoi connazionali (vedi Somdev Kishore Dev Varman).

Differentemente da questi, che hanno mostrato, negli anni, di avere una predilezione per la University of Virginia di Charlottesville, Saketh Myneni si diresse verso il sud della repubblica federale nordamericana, probabilmente nello Stato che, ideologicamente, sta più a sud di tutti, l’Alabama, uno dei posti dove una reale e completa integrazione razziale fatica ad imporsi come dovrebbe – per gli amanti della storia del XX secolo, da ricordare la figura di Rosa Parks.

A Tuscaloosa, sede dell’università statale dell’Alabama, Saketh Myneni giunse ormai quattro anni fa e la strada metaforicamente percorsa dall’indiano nel “Nuovo Mondo” è stata segnata da prestigiosi traguardi, ben scanditi dal rumore delle acque del fiume sulle cui sponde è stata fondata la quinta città, per abitanti, dello Stato: il Black Warrior.

E Saketh Myneni un guerriero (in inglese, appunto, warrior) ha dimostrato di esserlo sin dalle sue prime esperienze, tanto da non lasciarsi sfuggire nessuna delle possibilità che gli veniva concessa. Così, pur fagocitando ogni minimo insegnamento gli venisse impartito dai coach e dagli assistenti del team tennistico universitario, Saketh Myneni non lesinò nemmeno di profondere impegno negli studi. In quattro anni, al pari degli evidenti progressi sul lato sportivo, Saketh Myneni si era così garantito la laurea in finanza ed economia, che gli è valsa uno stage nella sede cittadina della banca d’affari Stanley Morgan.

Dal momento che questo sito, però, tratta di argomenti sportivi, mi sposterò sulle sue avventure in ambito tennistico, piuttosto che in quello finanziario: dopo aver contribuito a rendere migliori le performance dei Crimson Tide, fu spinto ad accettare, una volta conclusa il suo corso di studi, un posto come assistente dell’allenatore del team tennistico.

Attraverso la sua leadership avrebbe potuto cementare un gruppo che grazie a lui aveva iniziato a dare risultati di buona fattura. Tuttavia Il doppio impegno lavorativo a Tuscaloosa impedì sul nascere a Saketh di intraprendere la strada del professionismo, da lui mai realmente perseguita, se si escludono alcune tappe di un satellite indiano nell’estate del 2005, dove peraltro si era disimpegnato principalmente nei tabelloni di qualificazione.

Complice una visita nella sua terra natia, Saketh Myneni, figliol prodigo di ritorno, è stato invitato la scorsa settimana a disputare una competizione a Chennai, nona manifestazione ITF locale nella stagione in corso, dove avrebbe quindi potuto abbattere quel tabù che mai, nella vita, lo aveva voluto vincitore di una partita in un tabellone principale di una competizione internazionale.

Oltre alla partecipazione nel torneo di singolo, Saketh fu convinto da Mohit Mayur Jayaprakash, 18enne del luogo, a prendere parte al torneo di doppio, dove, grazie ai sette punti già acquisiti nella disciplina dal più giovane del duo, ebbero la certezza di venire ammessi nel main draw. Myneni, per non lasciare nulla al caso, ha messo a segno una doppietta piuttosto insperata, non cedendo un set né in doppio né tantomeno in singolo, dove ha avuto la meglio sul britannico James Marsalek nell’atto finale.

Succede, negli scampoli finali di stagione, quando le kermesse perdono di valore – dal momento che una parte dei giocatori si prepara in vista dei nuovi impegni – che ad imporsi siano veri e propri Carneade, per quanto permanga la particolarità dell’avvenimento che potrebbe comportare un cambio di rotta nei piani di Saketh: tradirà la finanza per il piacere del gioco, almeno temporaneamente? Di questi tempi sarebbe un evento veramente inatteso.

Grazie Sony”. E’ questo il ringraziamento, un pochino anomalo, che alcuni giocatori e giocatrici nipponici dovrebbero tributare alla famiglia Morita, Akio ed i suoi discendenti, fondatori appunto della Sony Corporation, gruppo economico giapponese tra i più importanti e decisivi del mondo – non serve spiegare altresì di chi stiamo trattando. Infatti da una loro idea ebbe vita la Morita Foundation, una corporazione che si pone come scopo di facilitare lo sbarco tra i professionisti di alcuni tra i più importanti junior provenienti dalle terre del Sol Levante.

Non solo dal punto di vista agonistico, aspetto comunque privilegiato, ma anche nella sfera comportamentale, dalla capacità di vivere una vita da atleta all’abilità nell’assorbire gli eventuali stress esterni, come la stampa. In principio fu Ryoko Fuda a sfruttare questa possibilità, dopo di lei toccò ad Ayumi Morita e Kurumi Nara, prima che le attenzioni dei Morita fossero rivolte anche ai ragazzi: e non sbagliarono, perché sotto la loro egida finì Kei Nishikori.

Una delle principali agevolazioni di questo trattamento consta nel pagamento della retta che un atleta dovrebbe sorbirsi per prestare servizio presso la IMG Academy di Bradenton – quella di Nick Bolletieri.

Nishikori ha beneficiato di questo e, a tutti gli effetti, può dirsi il fiore all’occhiello della politica dei Morita, tanto da essere divenuto, a soli 22 anni e con oltre un anno perso a causa di un grave infortunio, il più forte tennista del suo Paese stando alla classifica ATP.

Sulla scia, come è logico, altre giovani promesse stanno cercando di ritagliarsi il proprio spazio, e quelli finiti sotto la lente d’ingrandimento della Morita Foundation paiono vantare più chances di ritagliarsi un posto al sole al fianco del loro, per quanto illustre, ancora imberbe connazionale.

Se ad essersi messo in luce per primo è stato Taro Daniell, 20 anni, che assieme alla sorellina Kara Daniell ha però effettuato una scelta diversa, volando verso la Spagna, dove è progredito non poco nel corso degli ultimi 12 mesi – 100 le partite da lui giocate, e giocare tante partite è sinonimo di buoni risultati conseguiti – il miglior “prospect” in ottica futura pare invece essere un altro discepolo di Bollettieri, vale a dire il 16 enne Yoshihito Nishioka, nato il 27 settembre del 1995 nella prefettura di Mie, non distante da Kyoto.

Residente negli Stati Uniti, dopo essere stato iniziato alla pratica dal padre Norio, Yoshihito Nishioka ha già fatto parlare di sé perché alla seconda competizione da professionista, giocata lo scorso mese di ottobre a Birmingham – città più popolosa, guarda un po’, proprio dell’Alabama – ha raggiunto la finale, partendo dalle qualificazioni, aggiudicandosi ben otto sfide di fila ed eliminando facilmente giocatori di grande esperienza come Vladimir Obradovic e Nicolas Devilder, prima di arrendersi al cospetto della speranza australiana Jason Kubler.

Se Kei Nishikori attese otto tornei, e i 17 anni d’età, per vincere una manifestazione ITF da 10.000$, vincendone una di livello minore in Messico, Yoshihito Nishioka per poco non rischiava di fare festa ben prima del suo predecessore.

Certo, c’è da ricordare che Kei Nishikori a 18 anni e due mesi già saliva sul tetto di un torneo ATP (Delray Beach), ma se Yoshihito Nishioka riuscisse a (quasi) emularlo anche qui, allora la Morita Foundation avrebbe un nuovo motivo di vanto. E altri sentiti ringraziamenti.


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