YOU’VE COME A LONG WAY, ANDY

A 29 anni 5 mesi e 23 giorni, Murray è il 26mo giocatore a salire al numero 1 del mondo da quando esiste il ranking computerizzato. E' il secondo più anziano dopo Newcombe.
sabato, 5 Novembre 2016

Tennis – “You’ve come a long way baby”. Judy Murray ha scelto lo slogan delle Virginia Slims, primo sponsor del primo tour professionistico femminile, per celebrare un momento unico. Una frase storica per un anno storico. Andy Murray, a 29 anni 5 mesi e 23 giorni è il 26mo giocatore a salire al numero 1 del mondo da quando esiste il ranking computerizzato. Tutti vogliono essere l’uomo sulla vetta, canta Springsteen. Ma nessuno dai tempi di John Newcombe, era riuscito ad arrivarci in un età così avanzata: era il 1974, un’altra era. Questa settimana Murray si è tolto di dosso l’etichetta di quarto Beatle e ha ridato valore all’immagine dei Fab Four.

Ha visto il fratello Jamie essere numero 1 di doppio per 9 settimane quest’anno. È rimasto al numero 2 per 76 settimane da quella prima volta, dal 17 agosto 2009: nessuno aveva mai aspettato così tanto per passare dal secondo al primo posto. Ha completato il passo più lungo e difficile con la 12ma finale stagionale, culmine di 12 mesi di speranze di rincorse, segnati da 72 vittorie in 81 partite (più il ritiro di Raonic a Bercy) finora e da un sogno che a Parigi, quando i punti di distacco da Djokovic erano 8035 sembrava solo un esercizio di ottimismo della volontà. Un obiettivo comunque sempre presente, l’aggancio al numero 1, che non a caso lo stesso Murray aveva fissato come possibile nei primi mesi del 2017. “Arrivare numero 1 è il risultato di tutto un anno di tornei” ha detto Murray, il 15mo europeo a salire in cima alla classifica. “Gli ultimi mesi sono stati i migliori della mia carriera, sono molto felice di aver raggiunto questo traguardo”.

Un traguardo figlio di sette titoli, che domani potrebbero diventare otto e sarebbe primato assoluto nel 2016 (ora è in condivisione proprio con Djokovic), di una serie di 22 vittorie di fila, la sua più lunga di sempre, che potrebbe ancora migliorare se dovesse conquistare Bercy e chiudere imbattuto il round robin alle Finals. “Andy ha mostrato una dedizione e una determinazione incredibili” ha detto il presidente dell’ATP Chris Kermode, “ha lavorato duro per arrivare fin qui. È difficile pensare a un giocatore che più di lui meriti questo risultato, ancor di più in una delle epohe più difficili nella storia del nostro sport. Ha vissuto una stagione fenomenale, che conferma come sia il miglior giocatore del mondo”

“Anche se Jessica Ennis-Hill, Mo Farah and Jonny Wilkinson meritano attenzione” scrive Kevin Mitchell sul Guardian, “Murray ha molte ragioni per essere considerato il miglior atleta che la nostra nazione abbia prodotto nell’ultimo decennio”. Lo scozzese, prosegue Mitchell, è salito in cima al mondo del tennis “mentre i suoi rivali cadono, è un sopravvissuto che incassa i benefici di un livello di impegno che pochi dei suoi predecessori e non molti dei suoi contemporanei definirebbero normale, con l’eccezione del suo coach Ivan Lendl, un pioniere del lavoro duro”.

Lendl, chiamato una prima volta nel 2012, l’ha portato al suo primo Wimbledon e al primo oro olimpico. Con la sua guida, in 12 mesi, ha vinto 7 titoli su 12 finali e 113 partite su 141. L’ha richiamato prima del Queen’s, ha rivinto Wimbledon, ha confermato l’oro olimpico, ha compiuto l’ultimo passo verso la storia: L factor, si potrebbe dire. E Brad Gilbert, che l’ha guidato all’ingresso in top-10, non potrebbe essere più d’accordo. “Il momento in cui ha richiamato Lendl è stato perfetto” ha detto all’agenzia Reuters. “La stagione sulla terra è servita di preparazione, non l’ho mai visto giocare un tennis migliore, più aggressivo”.

Quando Lendl, che tornerà al fianco di Murray per le Finals, non è con lui nei tornei si parlano pochissimo, e raramente di tattiche per la partita successiva. “Giusto mezz’ora prima di Vienna e un paio di volte la settimana prima di partire per la Cina”: a tanto ammontano le conversazioni dell’ultimo periodo. Anche se Lendl mantiene, comunque, contatti costanti con Jamie Delgado.

Eppure l’effetto sul gioco dello scozzese rimane innegabile, inequivocabile. Il servizio non è più vulnerabile, anzi è diventato un punto di forza. Ha vinto il 54% di punti con la seconda, la sua miglior percentuale in carriera, anche grazie al lavoro con Louis Cayer. E spinge di più con la prima. Ha piazzato, contro Dimitrov, il suo servizio più veloce di sempre (141 mph) e non ha mai vinto così tanti punti al servizio come quest’anno. Ma è nei momenti di pressione che ha fatto la differenza. Nella prima metà di stagione, ha tenuto la battuta 9 volte su 10 quando è andato a servire per il set. Prima della stagione asiatica, le statistiche ATP segnalavano un miglioramento dal 40 al 47% di game vinti al servizio da situazione di 0-30 e un notevole 89% di turni di battuta difesi dopo aver strappato il break all’avversario. Ha salvato il 66% di palle break breakato una volta su due da 15-30 (rispetto al 38% del 2015): complessivamente ha vinto il 37% di game in risposta, la seconda miglior resa del 2016 dietro Rafa Nadal.

Ma è soprattutto tornato a credere nel dritto. L’anno scorso, nell’ottavo di finale perso contro Kevin Anderson allo Us Open, ha aspettato il 157mo punto del match per piazzare il primo vincente con questo fondamentale. A Wimbledon, il dritto è tornato a viaggiare a una media di 127 kmh: prima che arrivasse Lendl nel 2012 non arrivava ai 120. La potenza porta a una presa diversa del centro del campo. Lo dimostrano i 36 vincenti contro Kyrgios, i soli 9 gratuiti in 161 punti contro Berdych, e il +27 nel saldo vincenti errori in finale contro Raonic a Wimbledon.

È il compimento di una carriera lanciata dal titolo allo Us Open junior del 2004, in finale su Stakhovsky, passata in un anno alla prima finale ATP (perse da Federer al Thailand Open) e nel giro di altri cinque mesi al primo titolo (batte Roddick e Hewitt a San Jose), con annesso ingresso in top-50. Debutta in top-10 nel 2007, dopo le semifinali a Indian Wells e Miami, batte Nadal per la prima volta in carriera allo Us Open 2008 ma cede in finale a Federer. C’è sempre lo svizzero, che centrerà così le 300 settimane da numero 1, nella sua prima finale a Wimbledon. La rivincita olimpica e la ventosa finale di Flushing Meadows, una partita vinta, poi quasi persa, poi riconquistata, aprono la nuova strada dello scozzese, fino alla gloria sui prati di Wimbledon e alla memorabile Davis dell’anno scorso (suoi 11 punti su 12, tre con Jamie in doppio). Il resto è storia, è cronaca, memoria recente, tra il moderno e il futuro.

Un futuro che potrebbe riservargli un destino alla Marcelo Rios, l’unico rimasto numero 1 per una sola settimana, o magnifiche sorti e progressive. “La sfida è tutta dentro di lui” ha detto Brad Gilbert, che l’ha guidato all’ingresso in top-10, all’agenzia Reuters. “Murray ha fame, sempre, di nuovi successi. Molti sono arrivati al numero 1 ma non hanno chiuso l’anno da numero 1. Vi garantisco che Murray è lì per restarci, e se finisce una stagione in vetta allora restarci per un altro anno”. Perché non sono già tutte descritte le grandi destinazioni.


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